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sabato 8 febbraio 2014

Settimana bianca, annessi e connessi

Troppa grazia, Sant’Antonio! E’ vero che volevamo trascorrere una settimana ‘bianca’, ma ci saremmo accontentati anche di qualche cm di neve in meno di quella caduta dal cielo in questi sette giorni, che è scesa incessante, giorno dopo giorno, giovedì, venerdì, sabato, domenica, lunedì e martedì, con solo pochi, brevi, momenti di ‘remissione’.
Un manto bianco che si è via via accumulato, sul terreno, sugli alberi, sui tetti, dappertutto, regalando un classico paesaggio da presepe nord-europeo e quel pizzico di romanticismo che ti viene alla mente nel camminare immersi nel silenzio, tra il mulinare di candidi fiocchi.
Già, perché bisogna trovare il lato positivo anche in questa situazione di maltempo persistente, tanto più che arrabbiarsi, dolersi, lagnarsi non serve a cambiare la situazione… Contribuisce soltanto a farti venire un piccolo travaso di bile, pensando a come sarebbe stato se fosse stato diverso.
E per fortuna il ‘nostro’ hotel Alpenblick di Moso Pusteria è un luogo confortevole, con le sue belle stanze, l’invitante piscina e l’ampio reparto wellness, dove ci si può comodamente rilassare, per non parlare delle ‘golose’ gratificazioni tra colazioni, merende e cene…
Così i giorni sono passati veloci, da giovedì 30 gennaio al 6 febbraio, di nuovo giovedì, quando, rispettando appieno la celebre legge di Murphy, siamo ripartiti verso casa sotto un cielo azzurro che ha finalmente svelato le alte montagne innevate che ‘si affacciano’ su Moso.
E il sole ci ha accompagnati fino a Trento, dove abbiamo trovato una temperatura tiepida che faceva pensare ad un’imminente primavera (peccato, comunque, che già per domani le previsioni meteo parlino di un ritorno al maltempo, perlomeno qui da noi...).
Siamo ritornati con i consueti acquisti gastronomici (eh sì, lo abbiamo fatto ancora…), dello speck e una varietà di pani locali (ottimi!!), che abbiamo già provveduto a sistemare, ‘porzionati’, in freezer e che ci garantiranno gustose prime colazioni, alla quotidianità e alle nostre cene frugali, con un po’ di nostalgia per le specialità dell’hotel. Vabbè, vorrà dire che troveremo, prima o poi, un’altra occasione per ritornarvi…
Ad ogni modo, questa vacanza passerà alla (nostra) storia e non solo per l’abbondanza di neve e per l’ambiente simil-fiabesco che ci ha circondati (splendidi quegli alberi innevati che sembravano ricami preziosi), ma anche per il patema d’animo che ci ha regalato il viaggio di andata…
Eh sì, perché noi non siamo per le vie facili, ma siamo tra coloro che amano il rischio, in quel giorno rappresentato dall’inizio di quella nevicata che ci avrebbe accompagnato per i giorni successivi. Il fatto è che, per raggiungere la val Pusteria, avevamo ‘preso’ l’alternativa strada che passava per le valli di Cembra, Fiemme e Fassa, scendendo poi in val Badia, attraverso i passi Sella e Gardena e, transitando poi per altri valichi dolomitici, Valparola e Falzarego, raggiungere Cortina, poi Dobbiaco e di qui S. Candido, Sesto e infine Moso.
Perché si domanderà (forse) qualche lettore che ha presente l’orografia della regione. Non era più semplice percorrere l’autobrennero fino a Bressanone, quindi la ‘solita’ Pusteria? Certo, era più semplice, ma noi, che siamo della ‘scuola’ del prendere due piccioni con una fava, avevamo deciso di passare per Ziano di Fiemme, portando a risuolare i nostri scarponi ‘estivi’ presso la fabbrica della Sportiva, unendo l’utile al dilettevole, insomma.
Così eravamo partiti da casa sotto una pioggerella sottile sottile che si era trasformata in leggero nevischio quando eravamo già sulle strade fassane, avevamo superato alla grande i tornanti di Sella e Gardena, accolti da larghi fiocchi che danzavano nell’aria grigia e, dopo una veloce sosta a Corvara per mettere qualcosa nello stomaco, avevamo affrontato la salita verso il passo Valparola, sorpassando diversi automezzi, leggeri e pesanti, bloccati a bordo strada per mancanza di adeguati pneumatici.
Benissimo, ci eravamo detti, in poco più di un’ora saremo alla meta.
E invece… Invece l’imprevisto ci attendeva a neppure cinquanta metri dalla sommità del passo, quando oramai credevamo di aver lasciato alle spalle qualsiasi difficoltà: una vera bufera di neve, con un turbinio di fiocchi tale da rendere pressoché nulla qualsiasi visibilità.
Bianco, bianco e bianco, davanti, dietro, a destra e a sinistra, tanto da far perdere l’orientamento all’autista, facendolo finire contro l’alto ‘muro’ nevoso alla nostra destra e su un discreto strato di neve fresca. Quindi, auto bloccata, ruote che slittano, noi che cerchiamo di ‘pulire’ il fondo stradale, tentativi di rimettere in carreggiata il mezzo…
Niente. Bloccati nella tormenta. Decisione di mettere le catene, almeno una, impresa non facile data la bufera incalzante e finalmente, con la forza della disperazione, l’impresa riesce e, quasi per miracolo, riusciamo a ripartire. Sollievo palpabile all’interno dell’abitacolo, ma le difficoltà non sono ancora terminate, perché ci sarà ancora qualche ‘intoppo’… al cardiopalmo, prima di trovarci al Falzarego, ormai al di fuori della tempesta nevosa e con una sufficiente visibilità. D’ora in avanti tutto diventa più semplice, anche se i chilometri sono ancora molti e la neve non ci abbandona, ma si viaggia senza problemi e, finalmente, eccoci all’hotel. E’ stata dura, ma ce l’abbiamo fatta!

giovedì 26 settembre 2013

Namibia 3

Martedì 24 settembre
Ci alziamo ancor prima dell’alba, perché ci attende anche quest’oggi una lunga e intensa giornata, con la visita al Sossuslvei Park e alle sue dune di sabbia, tra le più alte e più vecchie del mondo (o almeno così recita la guida…) e quando le prime luci del giorno si alzano ad illuminare il paesaggio, regalandoci scenari di bellezza unica, siamo già in viaggio da un buon quarto d’ora.
Il nostro autista (sempre il consorte) procede a buona velocità lungo la pista sterrata, ma ciò nonostante viene continuamente superato da altri autoveicoli, compreso un pullman turistico, che ogni volta sollevano un tale nugolo di polvere nel quale viaggiamo ovattati per decine e decine di metri. Poi, eccoci a Sesriem, ai cancelli del parco, giusto in tempo per l’apertura che avviene una decina di minuti prima delle sette, quando un solerte addetto controlla il permesso d’entrata già pagato, prende nota delle caratteristiche del veicolo, del numero dei trasportati e perfino del nome del guidatore prima di dare l’ok all’ingresso.
Ci immettiamo pertanto sulla rettilinea strada asfaltata (l’asfalto, che sollievo!!) che per circa 70 km attraversa il parco, ma non abbiamo percorso che pochi km quando l’imprevisto ci blocca: uno strano rumore della ruota anteriore sinistra e la triste scoperta di aver bucato. Non ci resta che cambiare il pneumatico lesionato, operazione che il team di tre validi meccanici porta a termine in un breve lasso di tempo e che ci permette di riprendere il tour (ne vedremo degli altri, di veicoli fermi a seguito di simile disavventura) e di godere della straordinaria bellezza del luogo.
Qualche sosta per permettere ai nostri fotografi di immortalare vedute e ‘residenti’, nella fattispecie numerosi struzzi che camminano impettiti e indifferenti all’umana presenza ed eccoci alla rossa duna 45, la più celebre e la più accessibile della zona. Si può arrivare, infatti, in auto fino alla sua base, accanto ad alcuni maestosi alberi dai tronchi contorti, e di qui, seguendo una stretta traccia, risalire fino alla sommità, 150 metri al di sopra della pianura circostante. E qui ci si sente davvero in cima al mondo, con la vastissima spianata laggiù in fondo, dove le auto percorrono minuscole il nastro d’asfalto e tutt’attorno una sfilata di dune dalla sabbia rossastra che si stagliano contro l’azzurro intenso del cielo, ognuna unica e diversa. La più curiosa ha una forma perfettamente triangolare, che la fa paragonare ad un enorme frontone o ad un moderno palcoscenico per il meraviglioso spettacolo della natura.
E poi è il momento degli scatti fotografici, a due, a tre, in gruppo, quindi ci soffermiamo ad osservare la corsa veloce di uno strano insetto e di alcune minuscole lucertole prima di dividere le nostre strade. Sì, perché, mentre Paolo ed Ugo, audaci e instancabili, decidono di raggiungere la sommità della duna susseguente e Renato rimane in postazione per immortalare la conquista della ‘vetta’, Silvana ed io cominciamo a grandi passi la discesa verso il fondovalle. E’ un pendio assai ripido quello che dobbiamo affrontare, ma tutti i miei timori iniziali sono subito fugati nel vedere che la sabbia ‘tiene’ e non c’è alcun rischio di ruzzolare a mo’ di masso; l’unico inconveniente a cui andiamo incontro è il circa mezzo chilo di terra rossa che dobbiamo svuotare da scarpe e calzini, una volta arrivati alla base.
Adesso la successiva meta è il parcheggio di Sossusvlei, alla fine della strada asfaltata, dove, lasciata la nostra auto, saliamo a bordo di una jeep-navetta per percorrere i circa sei km di pista sabbiosa che conducono nei pressi di Dead Vlei, altro luogo dall’aspetto quasi surreale che ci colpisce profondamente.
Ci troviamo infatti in una bianchissima spianata di terra riarsa e spaccata sulla quale si elevano neri tronchi carbonizzati dalle forme più strane che richiamano alla mente animali fantastici, figure mostruose o immagini di sofferenza, ma basta spostarsi di qualche metro, cambiando la prospettiva, per trovarsi di fronte a tutt’altre raffigurazioni. E tutt’attorno un anfiteatro di rosse dune sovrastate da un cielo di un azzurro mai visto, in un contrasto di colori spettacolare e senz’altro unico.
Siamo pressoché gli unici visitatori in questo ambiente particolare e siamo gli unici, qualche decina di minuti più tardi, a prendere posto su un’altra jeep che ci riconduce al parcheggio, condotta con spericolatezza e indubbia perizia, lo riconosco, da un emulo di Schumacher che mi regala qualche timore ogni volta affronta curve, cambi di pendenza, tratti più impervi, facendoci sobbalzare paurosamente sui sedili dello scomodo mezzo. Ed è con vero sollievo che, dopo un tempo che mi pare interminabile, giungiamo nei pressi della nostra auto parcheggiata.
Ora non ci rimane che ritornare sui nostri passi, con un paio di soste e all’ingresso del parco e alla stazione di servizio di Solitaire, nei pressi della quale imbocchiamo il lungo viale che ci conduce al Solitaire Guest Camp, il lodge dove trascorreremo la notte, una rustica struttura dotata di ogni comfort e bene inserita nell’ambiente, con piccoli edifici dal tipico arredamento.
Ed è pressappoco all’ora di cena, mentre stiamo attendendo l’arrivo a tavola degli ultimi ospiti, che siamo colpiti da un ticchettio inequivocabile: sta piovendo!! A due passi dal deserto del Namib! E con qualche rombo di tuono! Chi l’avrebbe mai detto??

mercoledì 25 settembre 2013

Namibia 2

Lunedì 23 settembre
Alle 7, puntualissimi, riposati e freschi come tante rose di maggio, siamo nella sala da colazione del B&B. Un abbondante breakfast, dopodiché, caricati i bagagli, fatto rifornimento di benzina, di acqua e di qualche genere di conforto, siamo pronti a viaggiare verso il Namib Desert Naukluft Park.
Il primo turno di driver ‘tocca’ al consorte, mentre Ugo gli siede accanto nelle vesti di ‘navigatore’ con tanto di cartina e aggiornato Gps. Qualche incertezza iniziale, ma poi, trovata la retta via, si va, dapprima lungo ampie strade asfaltate, per poi passare ad altrettanto ampie sterrate e davanti a noi scorrono paesaggi struggenti, sterminate distese di brulli e radi cespugli e rilievi dalle molteplici tonalità, dal grigio al biancastro, al rosa pallido, al violetto, al marrone in una svariata gamma di sfumature.
E’ già pomeriggio inoltrato quando arriviamo a Solitaire, unico punto di rifornimento del parco, piccolissimo centro di poche case contornate da alti alberi che, come si può evincere dal nome, ‘spunta’ solitario nell’assolata e rossastra distesa terrosa. Qui sostiamo il tempo necessario per rifornirci di benzina e per rifocillarci nella locale bakery, una fornita panetteria, dove gustiamo una bella fetta di torta di mele, specialità della casa, come viene riportato su molte guide, accompagnata da abbondante caffè.
Adesso ci attendono altre due ore di strada sterrata prima di giungere al lodge dove trascorreremo la notte, ma il tempo di percorrenza si allunga per le frequenti soste ‘fotografiche’, di paesaggi e di quegli animali che incrociamo lungo il tragitto, gli struzzi dai sottili e lunghi colli, gli orici con le corna affilate e una moltitudine di quadrupedi, simili a piccole gazzelle che attraversano in gruppo quasi compatto a poca distanza dalla nostra auto.
Poi, finalmente, siamo al Little Sousse Lodge, dove siamo accolti con un aperitivo di benvenuto ed un asciugamanino ‘rinfrescante’, un vero toccasana dopo la lunga giornata che sta per finire.
Qui, una volta sistemati nelle ben arredate stanze dei bungalow assegnati (con ampio letto con baldacchino di… zanzariera), dopo gratificanti abluzioni, ciascuno si può dedicare a personali attività, in attesa della cena: i tre fotografi ad immortalare uno spettacolare tramonto e la sottoscritta a sistemare le presenti cronache.
Infine, dopo il pasto serale, abbondante e vario con interessanti abbinamenti di gusti, prima di ritirarci per la notte, è d’obbligo uno sguardo alla volta stellata, così luminosa e splendente come non si vede quasi mai, alla ricerca della Croce del Sud e delle altre costellazioni dell’emisfero australe. E per oggi è davvero tutto.
 

martedì 24 settembre 2013

Namibia 1

Sabato 21 settembre
Siamo partiti. Ore 8.10 con il regionale per Verona, che arriva nella città scaligera con quei sette minuti di ritardo, capaci di creare un po’ di patema per l’imminente coincidenza verso Milano. Ma ce la facciamo a salire a bordo di un’affollatissima Freccia (di un qualche colore), dove, per sistemare al giusto posto i legittimi ‘possessori’ assistiamo ad una specie di domino… dei sedili, tanto che nel giro di pochi minuti cambiamo ‘compagno di sedia’ almeno tre volte. Ed è questo treno che accumulerà un discreto ritardo che provocherà forti e sentite reazioni in chi non giungerà in tempo per la coincidenza. Non è il nostro caso, perché noi siamo in largo anticipo e mezzogiorno è da poco scoccato quando entriamo nell’aeroporto di Linate. Qui pranziamo con calma, girelliamo, guardiamo i vari shop prima e dopo il check-in e, puntuali, alle 15.55 ci leviamo in volo verso Londra, a bordo di un Boeing della British Airway, a bordo del quale riceviamo perfino… la merenda!!
Atterriamo a Londra alle 16.55 ora locale, in perfetto orario, nonostante le fosche previsioni di dover ‘parcheggiare’ in aria per un tre quarti d’ora buoni, per un’overdose di traffico e con il concreto rischio di riuscire a salire, noi, a bordo del volo per Johannesburg, senza i nostri bagagli…
E adesso, sono le 18.30, ora di Greenwich e siamo al gate B48 di Heathrow in attesa della nuova partenza che avverrà fra circa quaranta minuti.
 
Ore 7.00 del 22 settembre.
Siamo a Johannesburg, dopo un lungo e affollato volo durato circa 11 ore, durante le quali abbiamo cenato, dormicchiato, fatto colazione e seguito in diretta, sul piccolo monitor del sedile, gli spostamenti dell’aereo, con cartine, tempi ecc.ecc.
Abbiamo adesso cinque ore da far passare prima di imbarcarci per l’ultima tratta, così approfittiamo per cambiare un po’ di ‘eurini’ in rand, moneta accettata anche in Namibia, alla pari con quella locale, per una merenda di metà mattina e per scoprire i primi negozi di etnici souvenirs; poi, poco dopo mezzogiorno siamo a bordo dell’ultimo aereo. Due ore, circa, di volo, che trascorro un po’ tra le braccia (scomode) di Morfeo, un po’ leggiucchiando e… pranzando (non abbiamo mai ricevuto tanto cibo come in questo viaggio…) e infine eccoci a terra, nel (piccolo) aeroporto internazionale di Windhoek, praticamente in mezzo… al nulla. Mi ricorda tanto il patagonico aeroporto di El Calafate, anch’esso solitario in mezzo alla pampa. Questa, invece, è un’assolata distesa giallastra di arbusti e bassi alberi contorti, attraverso la quale raggiungiamo la capitale, distante più di 30 km, a bordo del pullmino venuto appositamente ad accoglierci.
L’autista del mezzo ci conduce all’agenzia di autonoleggio, dove prendiamo possesso del mezzo che Paolo ed Ugo, valenti ‘piloti’ guideranno attraverso il paese e dove incontriamo Nadia, l’italiana tour-operator attraverso la quale abbiamo organizzato il nostro viaggio.
Con lei raggiungiamo la deliziosa ‘Casa Piccolo’, la pensione e B&B dove trascorreremo la prima notte in terra africana e con lei definiamo gli ultimissimi particolari dell’itinerario e delle varie ‘attività’ che ci attenderanno nei giorni futuri.
E la giornata si conclude con una cena in una grande birreria di Windhoek, dove i quattro quinti del gruppo hanno un’esperienza ravvicinata con un maxi-spiedino di carni miste (e inconsuete) che li soddisfa pienamente, mentre la sottoscritta opta per una più classica bisteccona (peraltro ottima), seguita da un delizioso Don Pedro, una specie di sorbetto con un po’ di alcool, che incontra l’unanime gradimento.
Poi, per tutti, giunge il momento del giusto riposo sui comodi letti di ‘Casa Piccolo’ (e ci voleva proprio!!).

venerdì 20 settembre 2013

Si parte!

L’ora è quasi giunta. Le valigie sono pressoché pronte -mancano solo gli ultimissimi tocchi- il passaporto è stato ‘bollato’, il biglietto del treno già acquistato, gli abiti per il viaggio preparati su di una sedia. Insomma dobbiamo solo far passare la nottata e domattina, poco prima delle otto saremo in strada per raggiungere questa nuova, lontana meta.
Riuscirò a dormire un sonno tranquillo, senza continui risvegli per controllare l’ora, nel timore di trovarmi improvvisamente nel fuso orario di Singapore o di altro remoto punto sull’atlante? Mah, conoscendomi, nutro qualche serio dubbio.
Vorrà dire che, in caso di veglie forzate, farò un riepilogo di quanto ho messo in valigia e chissà che non scopra qualche dimenticanza… Non ne sarei troppo stupita ;-)
E allora, cari amici, auguratemi un virtuale ‘buon viaggio’, nell’attesa delle prossime news.
Sempre che non venga ‘concupita’ da qualche leone dalla folta criniera ;-) , anche se, come ha sostenuto l’altra mattina un faceto ex-collega al consueto ritrovo dei diversamente-lavoratori della scuola, dovrebbe essere il felino ad avere timore… Spiritoso!!

mercoledì 4 settembre 2013

Settembre

Settembre, si ricomincia e ci si prepara. A passi lenti, con calma, grazie anche a queste giornate splendide splendenti, con sole smagliante e temperature ancora assai calde (gli unici tre giorni di tempo bruttarello ce li siamo ‘beccati’ noi nella vacanzina montana.. ).
Così ieri mattina ho ripreso la cartelletta con quaderni e materiale per la lezione di inglese e mi sono nuovamente inerpicata lungo strade collinari verso la casa della teacher, dove ho ritrovato la compagna di ‘banco’, Cristina, con cui da circa un anno condivido le fatiche ‘conversative’ nell’idioma di Shakespeare. Quasi un’ora e mezzo di intensi scambi su vacanze, viaggi, progetti per il futuro, prima di ridiscendere ‘down town’ e passare di corsa dal fruttivendolo per un minimo di approvvigionamento di frutta e verdura.
Nel pomeriggio, invece, le consuete quattro ore dietro la cassa di Mandacarù, in una giornata un po’ fiacca e con il tempo che passava con esasperante lentezza. Succede, di tanto in tanto e, se non c’è un granché da fare, il rischio di annoiarsi è grande; figurarsi quando il momento clou consiste nel ‘salvataggio’ del coperchio di una teiera in ceramica che una bambina di due anni o poco più afferra con decisione, sfuggendo al controllo (scarso) della mamma intenta a telefonare. E guardarli, i figli, quando si entra in un negozio con oggetti fragili in vista e alla portata anche di ‘manine’? Se ripenso a quando erano piccoli i miei, mi pare di essere stata assai più attenta e vigile… (E per fortuna, poi, un biondissimo e vivace Tommaso si limita a giocherellare con degli oggettini in metallo, mentre la mamma sceglie e acquista una sciarpina e un braccialetto da regalare…)
Quando, finalmente, sono state le 19, mi sono incontrata con le colleghe, ancora in servizio, Gisa e Carla per una serata tra amiche, programmata fin dallo scorso giugno e poi rimandata per improrogabili impegni di colei che avrebbe dovuto essere la quarta del gruppo, Elvira. Ne aveva uno il 20 agosto, per cui l’appuntamento era stato rinviato. ‘Ci vediamo il 3 settembre. Tieniti libera’- le avevo scritto via sms.
Ma l’altro giorno ne era sorto un altro, improrogabile anch’esso. E allora ci siamo trovate anche senza di lei, per una pizza in un locale all’aperto in una strada tranquilla, in una serata tiepida, concludendo con un caffè nei pressi di piazza Duomo. Ed è stato un bel ritrovarsi, con discorsi a tutto campo, le loro attività appena ricominciate, qualche accenno a figli e famiglia, i ricordi comuni, i progetti per il futuro e, last but not least, l’incontro casuale con diversi ex alunni, anch’essi in ‘libera uscita’ nella bella serata tardo-estiva.
Ci risentiamo dopo la metà di ottobre, abbiamo concluso al momento di salutarci, al ritorno del mio viaggio…
Già, perché il 21 di questo mese, con il consorte e gli amici Silvana, Ugo e Renato, partirò alla volta della Namibia, per una vacanza di quindici giorni (viaggi compresi). Sarà un lungo trasferimento aereo, da Milano-Linate a Londra, poi Johannesburg e infine Windhoek, la capitale namibiana. E sarà anche questo, come i precedenti in Patagonia e Stati Uniti, un viaggio ‘intenso’, con lunghi trasferimenti all’interno del paese e tanti, interessanti ‘aspetti’ da scoprire.
Per intanto ci stiamo preparando (oddio, non siamo proprio in dirittura d’arrivo, anzi, poco dopo la linea di partenza.. ;-) ), comunque il programma di viaggio è definito in ogni particolare, gli hotel (et similia) sono stati prenotati, l’auto su cui viaggiare in loco, pure… Ora dobbiamo decidere l’abbigliamento, eventuali medicinali e altri prodotti da portare con noi… e speriamo che tutto vada per il meglio. Oh sì, sì!!

lunedì 2 settembre 2013

Vacanza in Pusteria 3

Mercoledì 28 agosto
Oh no! Ancora cielo coperto e pioggia battente! Ma cosa abbiamo fatto di male per meritarci un tempo simile? E cosa fare quest’oggi? Beh, per intanto andiamo a colazione, poi potremmo fare un salto a San Candido e dedicarci ad un po’ di ‘sano’ shopping. Non vanno forse le due giovinette svizzere (dell’Engadina, ci hanno detto) che siedono al tavolo vicino al nostro, fin a Cortina d’Ampezzo? Bisogna pur riempire la giornata, ci hanno spiegato ieri sera.
E così, una volta saziati gli stomaci e completate tutte le incombenze, compreso un ‘salto’ al fornito reparto di articoli sportivi del supermarket a due passi dell’hotel, siamo pronti a scendere, in auto, fino al più mondano San Candido, Innichen, nella lingua germanica. ‘No te vorai miga nar a pé?’ si era premurato di sapere il consorte.
Non mi passa neppure per l’anticamera del cervello, lo avevo rassicurato. Perciò partiamo ed è a questo punto che, in modo quasi beffardo e provocatorio, smette di piovere, le nubi si aprono e compaiono ampi spazi di azzurro e perfino il sole. Il sole!! Ma allora esiste ancora!
E la giornata assume tutto un altro aspetto: una gradevole passeggiata per le vie della cittadina, lo shopping (misurato, ché non pensiate a tutto uno ‘spendi e spandi’ ;-) ), una bella camminata per tranquilli sentieri verdeggianti, che io poi proseguo, in completa solitudine, mentre è la volta dell’amato bene di sottoporsi alle esperte mani della giovane Rebecca, quindi un po’ di reparto wellness, la cena e, per concludere, un ultimo giro… digestivo, prima di ritirarci per il sonno del giusto.
‘Domani ci sarà il sole. Basta pioggia’- ha assicurato la signora addetta al bar dell’hotel. Speriamo che abbia visto giusto!
 
Giovedì 29 agosto
Eureka!! C’è il sole, il cielo è sereno e le montagne svettano maestose nell’arietta frizzante. Svelti, svelti, ché non è tempo, quest’oggi, di dormire. E alle 7,35, nella sala da pranzo, ci ritroviamo numerosi, le ragazze svizzere, i signori livornesi, gli aitanti coniugi che vengono dalle Marche, diversi ospiti tedeschi, con cui gli scambi… colloquiali sono ridotti al minimo, un Morgen o poco altro, tutti pronti ad approfittare del ritrovato bel tempo.
E allora, via, veloci, in auto al parcheggio della val Fiscalina e poi via, a passo svelto, fino al rifugio di fondovalle, pronti ad intraprendere la salita verso il rifugio Comici. E’ una lunga fila colorata, quella che si snoda lungo il panoramico sentiero che sale con regolarità verso la prima delle mete odierne e sono davvero tanti gli escursionisti che ritroviamo, pressappoco due ore più tardi, all’esterno della struttura. Una rapida sosta, ché la strada è ancora lunga, un’altra salita per giungere alla forcella prima del Pian di Cengia e poi il tratto pianeggiante fino al piccolo edificio in legno con il rosso tetto che spicca contro le rocce bianche. E anche qui, c’è tanta gente assiepata sulle panche esterne e ai tavoli della piccola sala da pranzo, perché è ormai mezzogiorno passato e lo stomaco reclama, dopo le fatiche affrontate.
Poi un’altra ora almeno per raggiungere il top della giornata, il rifugio Locatelli, al cospetto delle spettacolari Tre Cime di Lavaredo, che svettano imponenti con le altre cime a far da corona.
Ed è in questo tratto che il consorte si cala nelle vesti di ‘soccorritore’ di una signora lombarda, pressappoco della mia età, in evidente difficoltà nello scendere il tratto di ghiaione ai piedi del Paterno. Ma basta il braccio del mio atletico marito per dare sicurezza alla malcapitata e aiutarla a superare il tratto a suo parere periglioso.
Quindi, dopo una dovuta sosta al sole all’esterno del rifugio Locatelli, con gli occhi ‘fissi’ sulle pareti rocciose, giunge l’ora di tornare a fondovalle e al parcheggio dove abbiamo lasciato l’auto, per recarci infine all’hotel.
Non c’è che dire, è stata una gran bella escursione, di quelle che ti rimangono negli occhi e nel cuore e non ti fanno sentire la fatica.
E allora, ti sono sembrata ‘fragile’, domando all’amato consorte.
Dirìa proprio de no, ammette, anzi, te hai fat ‘na discesa che te parevi ‘na scheggia…
Ah, menomale…
 
Venerdì 30 agosto
Un’altra bella giornata di sole :-D che ci sollecita ad una nuova, bella escursione, stavolta lungo i sentieri ai piedi delle imponenti cime della Croda Rossa.
A passo veloce, raggiungiamo pertanto l’ovovia che appunto sale alla Croda Rossa, dove ci incamminiamo solitari lungo il sentiero 15 che tra boschi di conifere prima e vasti ghiaioni poi ci conduce verso il passo di Monte Croce Comelico. Una breve ma assai ripida salita e siamo sulla strada militare da cui diparte il numero 124 con meta il rifugio Antonio Berti. E’, questa, una traccia esile e impegnativa, con qualche cordino e staffe metalliche per superare i passaggi più ardui e che richiede, come recitano i ‘breviari’ della montagna, passo fermo e assenza di vertigini. E il sentiero è esattamente come lo ricordavo (l’avevamo percorso nel 2000), lungo e difficile, sul quale non puoi distrarti un attimo per non correre rischi, solo che stavolta dalle mie labbra non esce un solo lamento (ricordo, allora, una serie di ‘geremiadi’…). Finalmente siamo al rifugio Berti, che stavo dando per ‘disperso’, ai piedi delle alte guglie del gruppo del Popera, ricercata meta di tanti rocciatori e/o amanti di vie ferrate. Uno sguardo alle cime e ai ghiaioni sui quali si snodano diversi ‘invitanti’ sentieri e poi giù, in discesa, verso il rifugio Lunelli (una larga traccia sassosa e non sempre comoda), quindi di nuovo salita e una ripida discesa boscosa, prima dell’ultima risalita sotto un sole caldo che ci fa sudare il giusto e, finalmente, siamo al passo di Monte Croce Comelico.
Neppure il tempo di una doverosa sosta per un gelatino o qualcos’altro di goloso, meritato premio di tanto camminare, ché sta partendo l’autobus di linea per Moso. Su, di corsa e poi, quando sono appena scoccate le quattro, eccoci all’hotel e, ancora con lo zaino in spalla, ci ritroviamo davanti al fornito buffet della merenda, ‘reparto’ dolci e, in barba a qualsiasi proposito dietetico, assaggio e uno e due e tre delle accattivanti proposte della casa.
Perché, come disse la celebre Rossella O’Hara, domani è un altro giorno e domani (o dopodomani, o meglio ancora, lunedì), penseremo anche alla linea. ;-)
 
Sabato 31 agosto
Torniamo a casa, in una giornata beffardamente soleggiata e calda. E affrontiamo il traffico da bollino rosso, con un andamento ‘ad elastico’ da Brunico all’ingresso dell’autostrada e con previsioni da brivido per quanto riguarda l’Autobrennero. 134 minuti di percorrenza da Bolzano Nord a Trento Sud, stima il pannello elettronico poco prima del casello settentrionale del capoluogo altoatesino. Da brivido.
Così ce ne usciamo a Bz Nord e percorriamo la statale del Brennero, che, a parte una coda da crisi isterica nell’attraversamento di Laives, nell’immediata periferia della città, ci permette un viaggio senza problemi e raggiungiamo la nostra dimora nel primo pomeriggio, ‘traslocando’ tutti i nostri bagagli dall’auto all’ingresso, all’ascensore e infine nel soggiorno di casa.
-Sol ‘na setimana se stadi via?’-si stupisce la vicina di pianerottolo che casualmente incrociamo –con tuta quela roba lì?-
Eh sì, cara siora, noi viazén sempre bei carichi…
 
E domani, domenica, si ricomincia. A camminare su per aspri pendii, ovviamente. Perché, come ha sottolineato, tra l’ammirato e lo stupito, il figlio maggiore ‘voi non perdete un colpo!’. Finché la dura….
 

mercoledì 28 agosto 2013

Vacanza in Pusteria 2

Lunedì 26 agosto
Non sta piovendo, ma una fitta coltre nebbiosa copre il paesaggio fin quasi a fondovalle.
-Mi pare di essere in Scozia…- commenta il consorte, rimembrando un’umida e grigia vacanza nelle lande scozzesi, con panorami a cm zero.
Già, confermo e, se eravamo sopravvissuti allora, ce ne faremo una ragione anche oggi, concludo.
Così ce la prendiamo con comodo, un’ampia e varia colazione con assaggi di questo e di quello, un po’ di lettura a seguire e, quando stanno per scoccare le dieci, ci prepariamo all’uscita. Scarponi ai piedi, giacca a vento, zaino con copri zaini a portata di mano e ombrellino d’ordinanza (il mio, piccolo e vivace) e bastoncini, ci incamminiamo di buon passo verso la stazione a valle della funivia che conduce sul monte Elmo. La nostra intenzione è di percorrere l’ampio sentiero sommitale, per lunghi tratti una comoda strada sterrata, fino a congiungerci con quello che scende alla malga Nemes e di qui riportarci a Moso. Un tragitto senza particolari difficoltà, al di là della lunghezza, con diversi punti d’appoggio, il rifugio Gallo Cedrone, la Sillianhütte e, ultima ma non meno importante, la citata malga Nemes.
Così facciamo, camminando sotto il cielo grigio che a tratti si ‘apre’ regalandoci vaste vedute della valle sottostante, in qualche momento addirittura con timidi raggi di sole, in altre occasioni avvolti in una specie di bambagia in cui risuonano solo i nostri passi, con l’accompagnamento, di tanto in tanto, del muggito di una mucca al pascolo o del belato di sparute capre che intravediamo in lontananza e talora, tanto per non perdere l’abitudine, accompagnati da una pioggerella, breve e fastidiosa.
C’è poca gente lungo il percorso: una decina di persone salite con noi in funivia e ben presto distanziate, qualche escursionista che troviamo all’interno della Sillianhütte e poi nessun altro, da lì, fino alla malga Nemes. Insomma, una lunga ‘cavalcata’ pressoché solitaria che si conclude verso le 16.15 quando giungiamo all’hotel, stanchi ma soddisfatti. Sì, per quest’oggi abbiamo ‘dato’ ed ora possiamo dedicarci al reparto wellness, una ‘saunetta’ e poi un po’ di relax sui comodi lettini, dove mi immergo nella lettura appassionante del romanzo di Anne Tyler, La figlia perfetta, senz’altro uno dei migliori che ho letto in questi ultimi tempi.
Martedì 27 agosto
Ahimè, anche oggi le nubi sono incombenti, forse meno di ieri o almeno così pare al nostro occhio che si sforza di essere ottimista. Sì, lassù, lassù, ci sembra di intravedere qualche timido lembo azzurro, ma forse è solo la nostra speranza.
Così, anche stamane, facciamo le cose con calma, siamo o non siamo in vacanza? Ci rincorre forse qualcuno? E sono le dieci passate quando ci mettiamo in marcia. Quest’oggi, ci siamo detti, un percorso più breve, ché poi, alle tre del pomeriggio dobbiamo essere di ritorno perché mi attende la giovane addetta alla Spa per un massaggio antistress. E allora, cosa c’è di meglio di una bella passeggiata fino in fondo alla valle Fiscalina, lungo una comoda strada pressoché pianeggiante? Così infatti facciamo, prendendola, invero, un po’ ‘alla larga’, per allungarla quel tanto da farla diventare una ‘quasi’ escursione. Ci spostiamo fino a Sesto e poi percorriamo un bel sentiero nel bosco, lungo il quale numerosi sono i turisti che incrociamo, comprese alcune italiche famigliole con bambini riluttanti e litigiosi e genitori spazientiti, fino a giungere all’imbocco della valle, dove ci ‘immergiamo’ in una specie di processione… pedestre. Decine e decine sono infatti i camminatori, persone di ogni età e di ogni varietà… di abbigliamento e tanti i cani al seguito, anch’essi ad ampio spettro…. razziale.
E lassù, alle pendici di Cima Uno, il sentiero che sale zigzagando con strette curve verso il rifugio Zigzmund-Comici, il primo che si incontra sulla via delle Tre Cime di Lavaredo, lungo il quale si vedono procedere diversi camminatori. E noi? -mi domando- ce la faremo (per via del tempo) a salirvi?- Speriamo proprio di sì!!
Per oggi ci accontentiamo di questa semplice camminata, oltrepassando il super-affollato rifugio di fondovalle, dove appare un’impresa il solo avvicinarsi al bancone del bar e, consumato un rapidissimo pasto a mo’ di pic-nic sul ghiaioso greto del torrente poco distante, sempre con ombrellino a portata di mano perché gli scrosci seguono una tattica… da guerriglia, colpendo quando meno te l’aspetti, anche mentre sei sotto un pallido sole, ce ne torniamo verso Moso e verso l’impegno… rilassante.
E il pomeriggio si conclude con la sottoscritta, tutta bella unta di oli profumati, in relax sui lettini del reparto wellness (-perché dopo il massaggio è meglio non fare nulla- ha consigliato nel suo italiano dall’accento ‘tetesco’ la giovane Rebecca) e con il consorte che si ‘sauna’ fino a stufarsi.
Infine, dopo la cena in cui valorosamente ci impegniamo a gustare tutto quanto ci viene servito, sono d’obbligo quattro passi nella notte, ahimè non stellata, concludendo con l’ultima pioggerella del giorno.
Ci mancava solo quella!!

domenica 25 agosto 2013

Vacanza in Pusteria 1

Sabato 24 agosto
Dopo il violento temporale di ieri pomeriggio e la pioggia della nottata, stamane il sole splende sovrano, anche se le previsioni per i giorni a venire non sono un granché favorevoli. Vuoi vedere che, dopo queste settimane di sole e caldo, proprio questa, che ci vedrà ‘vacanzieri’ in val Pusteria sarà quella che segna la fine dell’estate? A scanso di equivoci, partiamo quindi con un bagaglio ampio ed esauriente: abbigliamento a ‘tutto tondo’, con indumenti di almeno tre tipologie di pesantezza, comprese le calzature, leggere, di medio peso, scarponi, poi borsa della ‘cultura’ con un adeguato numero di libri, più guida delle escursioni, più cartine topografiche, per concludere con zaini e bastoncini da camminata. Quasi un trasloco, insomma ;-)
Partiamo di buon mattino, perché intendiamo fermarci nei pressi di Bressanone e ‘provare’ l’itinerario che mi vedrà capogita il prossimo 18 settembre; il traffico sull’autostrada del Brennero è intenso in entrambi i sensi di marcia, come continua sarà la fila di automobili che poco più tardi incroceremo lungo la statale della Pusteria. Usciti, pertanto, al casello di Bressanone, raggiungiamo il piccolo agglomerato di Novacella, con una rapidissima visita alla splendida abbazia agostiniana, un vero gioiello architettonico con chiesa barocca e storica biblioteca, anch’essa ‘meta’ culturale nella stessa giornata, quindi percorriamo un tratto dell’itinerario previsto. Non ci pare un granché, come percorso, quindi, con tutta una serie di dubbi se effettuarlo o meno, risaliamo in auto e riprendiamo il cammino.
E’ da poco passato mezzogiorno e siamo in anticipo sui tempi previsti, perciò decidiamo una breve sosta a Brunico, la bella cittadina pusterese che si trova quasi a metà della valle. E anche stavolta non rimaniamo delusi: ammiriamo i tipici edifici del corso principale, con le caratteristiche insegne metalliche, le case decorate, i negozi allettanti, quindi saliamo al castello che domina dall’alto la città, un tempo dimora estiva dei principi vescovi di Bressanone, oggi sede di uno dei musei sulla montagna, ‘organizzati’ da Reinhold Messner. Visitiamo con attenzione le diverse sale dedicate ai popoli ‘montanari’ dei diversi continenti, concludendo con la salita all’alta torre del maniero da cui si gode un panorama a 360°.
-Ne valeva la pena- commenta il consorte, prima di ripartire, soddisfatto verso Moso Pusteria, dove giungiamo poco prima delle 16.00.
E qui scopriamo le novità dell’hotel Alpenblick, dopo i lavori della scorsa primavera, prendiamo possesso della nostra camera e ci dedichiamo da subito alle attività ‘da vacanza’, prima della cena, come sempre all’altezza delle aspettative. Piatti raffinati e di alta cucina, con il dolce di fine pasto decisamente superbo. E menomale che le porzioni sono ‘contenute’…
D’altro canto, come si può rinunciare a tali prelibatezze? Alla dieta penseremo una volta a casa…
Domenica 25 agosto
Piove. Come i servizi meteo avevano previsto. E allora non rimane che adeguarsi.
Come? Ci si veste in modo adeguato, si prendono due grandi ombrelli, in dotazione all’hotel e ci si incammina verso San Candido, sei km e mezzo di percorso lungo la pedonale/ciclabile e ci si immerge in un vero bagno di folla… turistica (all’80% di italica lingua). Un acquisto veloce, un caffè al volo e poi… si ritorna, sempre a piedi, all’hotel Alpenblick, giusto in tempo per la ‘merenda’, prevista per gli ospiti.
Poi, mentre il consorte si dedica ai piaceri della sauna, io mi do alla scrittura.
Stasera ci attendono nuove ‘fatiche’: l’aperitivo di benvenuto, ‘rituale’ delle domeniche e il pranzo di gala, con sei-portate-sei.
Vedremo di farcela…

martedì 13 agosto 2013

Vacanza per sole donne

Quest’anno, per un’intera settimana, le strade tra me e il consorte si sono divise: lui, in Austria, con diciannove arditi par suo, a ‘marciare’ per valli alpestri tra aspre salite e altrettanto ripide discese, lungo non sempre agevoli sentieri e tratti ancora innevati ed io, in compagnia di Alberta, in un itinerario a livello… zero, tra Bruxelles e città limitrofe.
Eh sì, ci siamo organizzate, due signore ‘giovanili’ in viaggio da sole, economico volo Ryan Air in partenza da Bergamo, hotel Ibis in pieno centro, a pochi minuti dalla Grand Place, giornate scandite da programmi ben definiti.
Siamo partite all’alba di sabato 27 luglio, con una valigia (in due) e adeguato bagaglio a mano, alla volta di Orio al Serio, con largo anticipo sull’orario previsto, poi a bordo di un affollatissimo aereo siamo giunte a Charleroi, nel bel mezzo di un violento temporale che ci ha pure regalato qualche palpitazione al momento dell’atterraggio, quindi eccoci a Bruxelles, alle prese con le inevitabili problematiche di quando si entra in contatto con una nuova realtà, la ricerca della stazione della metropolitana, l’utilizzo delle locali macchinette per il rilascio del biglietto, lo ‘studio’ della mappa e della direzione da prendere e, finalmente, alla meta, l’hotel, a fianco di Place St. Catherine.
Una rapidissima ‘presa di possesso’ della stanza a noi riservata, una veloce ‘risitemata’ e poi, via alla scoperta della città. Un intero pomeriggio lungo le vie centrali, affollate di turisti, a prendere ‘confidenza’ con strade e piazze, guardandoci attorno, osservando palazzi e monumenti, entrando e uscendo dalle numerose cioccolaterie, con qualche sosta… ristoratrice (eh sì, bisogna pur mangiare e bere…).
E, nei giorni seguenti, già di buon mattino in marcia verso la Stazione Centrale da cui siamo partite per raggiungere, a bordo di veloci e puntuali treni, alcune importanti città, Bruges, la domenica, poi Gand e, last but not least, Anversa, della serie ‘una città al giorno’. Città che ci hanno riservato piacevoli scoperte, nelle quali abbiamo camminato a lungo (perché noi siamo o non siamo della Sat? ;-)), con l’unica eccezione di una ‘crociera’ sui canali a Bruges e a Gand, salendo poi su alte torri da cui godere di ampi panorami. E pazienza se non siamo riuscite a calarci nel romanticismo notturno delle città illuminate, nonostante il fermo proposito di tornare da Bruges con un treno a tardissima ora, ma più dell’ardor poté la stanchezza… pedestre (e dopo un’intera giornata a passo di carica, sia pur con le debite soste per necessità di vario genere, il desiderio di distendere le stanche membra è più forte di qualsiasi attrattiva… L..).
Ci siamo così dovute accontentare della Grand Place in veste notturna, anche senza luminosi e tremolanti riflessi sull’acqua, come abbiamo sostituito l’acquisto di un ‘diamantino’ ad Anversa con delle più prosaiche ed economiche confezioni di cioccolatini (che, tra l’altro, non sono poi tanto a buon mercato…) correndo il rischio di ritrovarci, una volta in Italia, con una specie di… Nutella, viste le temperature che abbiamo trovato al rientro sul patrio suolo. Lassù, invece, abbiamo goduto di tutte le variazioni di un clima atlantico, con momenti di sole splendente e qualche temporaneo piovasco, venticelli freschi e i nostri conseguenti rivestimenti e alleggerimenti d’abito. Diciamo che non abbiamo mai sudato (e menomale!!).
I giorni sono così trascorsi veloci e in men che non si dica è giunta l’ora del rientro. L’ultima passeggiata fino al Palace de Justice e alla terrazza panoramica con un’ampia vista sui tetti di Bruxelles e con l’Atomium sullo sfondo, sfavillante nel sole pieno della tarda mattinata, poi gli ultimissimi acquisti da tenere nel bagaglio a mano ed è proprio tutto.
Puntualissimo, alle 17.50, l’aereo Ryan Air si è alzato in volo da Charleroi e, in meno del tempo previsto, siamo atterrati a Orio al Serio, dopo aver potuto ammirare dall’alto la sfilata delle Alpi, con il monte Bianco in primo piano, quindi, recuperata la valigia e l’auto al parcheggio poco distante, abbiamo affrontato l’ultima fatica, quei circa duecento km che ci separano da casa.
-Cara Alberta- le ho detto, salutandola una volta alla meta –adesso che siamo tornate, safe and sound, per usare un’espressione inglese, posso confessarti di essere partita con qualche (piccolo) timore… Perché è vero che in questi ultimi anni ho maturato una discreta esperienza di viaggi, aeroporti e quant’altro, ma ero sempre in compagnia del consorte, una specie di baluardo pronto ad affrontare ogni difficoltà, piccola o grande che potesse presentarsi. E invece, ce l’abbiamo fatta, due ‘comandaresse’, come ci ha definite il già citato compagno della mia vita: siamo andate, ce la siamo cavate con la lingua, abbiamo fatto tutto quello che avevamo programmato, non ci siamo perse… Anzi, abbiamo perfino dato indicazioni ad altri turisti… più impacciati di noi, eheheh! E vuoi mettere la soddisfazione nel sentirci chiedere, a Gand, al momento di acquistare il biglietto per salire alla sommità del Belfort, se avevamo già compiuto i 55 anni? Che cosa chiedere di più? ;-)-
 E per concludere, questa è stata una vacanza foto-free. Niente macchine fotografiche, niente ricerca dello scorcio ideale, niente pose. Un vero sollievo.

giovedì 1 novembre 2012

New York, New York


In questi giorni ho seguito con una certa emozione le notizie riguardanti l'uragano Sandy e le sue terribili conseguenze su zone in cui siamo stati appena un mese fa. E sconvolgenti sono state le immagini di New York, messa in ginocchio da un evento naturale, sia pure di tale portata, così contrastanti con i ricordi pieni di sole delle giornate là trascorse.
Vedere quelle strade vuote e silenziose, che noi abbiamo incontrato frenetiche e rumorose, pensare al blocco di tutte le linee della metropolitana (oltreché degli autobus), mezzo di comunicazione ‘sovrano’ in una metropoli così vasta, immaginare i mille e mille disagi quotidiani laddove è venuta a mancare l’elettricità, mi hanno veramente rattristata. Per non parlare del numero delle vittime e dei danni incalcolabili, e non solo a New York, ovviamente, ma anche in tutti quei luoghi meno conosciuti e dai nomi meno altisonanti (Haiti, per esempio, dove Sandy ha causato morti e distruzione, ma di cui poco o nulla si parla). Vite spezzate e vite travolte da quella natura che crediamo di dominare e delle cui ‘esigenze’ spesso non teniamo conto…
Comunque, come auspicio per un veloce ritorno alla quotidianità con la sua rassicurante (e magari noiosa) tranquillità, ecco alcuni delle fotografie del consorte, scattate nella Grande Mela, poco più di un mese fa, quando l’hurricane era solo un’eventualità.
 
 

mercoledì 4 aprile 2012

Vacanza e lavori (una volta a casa)

Un giorno e mezzo, ci aveva rassicurati Pinuccia M., la nostra ‘mobiliera’ di fiducia, un giorno e mezzo per il montaggio e la cucina sarà a posto. Ma, come spesso succede, tra l’ipotesi e la realtà ci può essere qualche differenza ed è così che, dopo due giornate piene di lavoro di esperti operai, l’opera non è ancora completata e ci vorrà anche la mattinata di domani (‘en par de orete’, ha detto il montatore, al momento di andarsene, poco fa), più gli interventi di idraulico (già comparso due volte sulla scena) ed elettricista e FINALMENTE il grosso della fatica sarà terminato.
Naturalmente seguito immediatamente dalla pulizia e dalla ri-sistemazione nei nuovi spazi di tutto quanto giace nella decina e più di scatoloni ammassati in un angolo del soggiorno. Forse, per Pasqua, sarà tutto a posto.
E dire che avevo una mezza idea di preparare (mi correggo, far preparare allo chef di casa) il pranzo ‘pasqualizio’, invitando i figli, oramai residenti in altro loco (ma con ampi ‘depositi’ ancora nel paterno ostello, per dirla alla Leopardi), ma poi è prevalsa la saggia idea di accettare l’invito di mammà e di indossare il gradito abito di ‘ospite’….
E intanto, sistemata in un angolino libero, accanto ai pezzi della cucina ancora da sistemare, posso riprendere a raccontare a voi, appassionati lettori, una (succinta) cronaca dei giorni madrileni, ormai entrati a far parte dei ricordi…

Giovedì 29 marzo è il giorno dello sciopero generale, l’huelga general.
Saralo avert, el Prado? ci chiediamo, uscendo dall’hostal nella fresca arietta del mattino (e sono le nove passate, che non pensiate a super-mattiniere alzate…). Mah, se sarà chiuso, faremo qualcos’altro, magari un bella visita al Parque del Retiro, concludiamo.
Ma dello sciopero non ci sono grandi ‘avvisaglie’, a parte le vie non pulite (qui la notte si effettua una pulizia delle strade del centro da lasciare ammirati), anche se alla Puerta del Sol, squadre di spazzini ramazzano la piazza (ma cosa neterai a far, se stasera i farà qua el comizio conclusivo, ragiona il consorte) e a parte le decine e decine di volantini ‘cerrado per huega general’, incollati, probabilmente da attivisti, sulle vetrine dei negozi, compresi quelli che a sera troveremo aperti.
E aperta è la cioccolateria San Ginès, un locale segnalato da tutte le guide, che effettua un'apertura continuata, 24 ore al giorno, meta quotidiana di turisti e di madrileni, dove anche noi ci lasciamo tentare da una colazione a base di cioccolata e churros, bastoncini zuccherati di pastella fritta, che si gustano intingendoli nella caldissima e densa bevanda. Una cosa goduriosa da provare, almeno una volta.
Ma aperto è anche il Prado, dove entriamo con il solito contorno di scolaresche più o meno interessate e ci accingiamo ad un’attenta visita dei tanti capolavori esposti. Un museo eccezionale, con opere altrettanto eccezionali, che elencare sarebbe un problema, oltre che assai riduttivo.
Fra tutte, ricordo le tele di Goya e il quadro Las Meniñas di Velasquez, nonché l’Annunciazione del Beato Angelico, mentre affascinante, pur con un fondo di inquietudine, il Trittico delle delizie di Hieronymus Bosch.
Quando usciamo, nel pomeriggio assolato, dopo un frugale pasto consumato in un bar, compiamo una passeggiata nel Parque del Retiro, al termine della quale la sottoscritta, mentre il consorte fotografa ripetutamente uno strano ‘giocoliere’ di bolle di sapone, si dedica ad una siesta su panchina, avendo come cuscino uno zaino un po’ scomodino.
Poi i passi ci riconducono verso il centro, percorrendo ‘nuove’ strade che ci fanno scoprire scorci sempre nuovi di questa bella città e uno di questi dovrebbe essere la Plaza de Santa Ana, che troviamo invasa da una moltitudine di gente.
I sarà quei de la huelga, ipotizza l’husband, già pronto ad immortalare decine e decine di manifestanti con cartelli et similia; invece sono una miriade di tifosi tedeschi della squadra di calcio dell’Hannover, che, scoprirò poi consultando Internet, sono costì per una partita contro l’Atletico Madrid e, in attesa dell’ora di recarsi allo stadio, si stanno dedicando ad abbondanti libagioni di birra (speriamo almeno di produzione locale), come testimoniano le centinaia e centinaia di metallici ‘cadaveri’ che giacciono nella piazza.
Il corteo dello sciopero, colorato, chiassoso, con cartelli, canti e slogan gridati a viva voce, lo incontreremo un paio d’ore più tardi, quando, dopo una doverosa sosta-caffè a due passi dalla Plaza Major, come sempre invasa da frotte di turisti, ci stiamo dirigendo verso il Paseo de Recoletos e di lì a plaza Chueca, nell’omonimo quartiere.
Come son fortunà, dichiara l’amato bene, abbandonandomi sul largo marciapiede de Calle de Alcalà, per cercare il punto ideale da cui fotografare al meglio la manifestazione. E, per mia fortuna, si limita ad un reportage ‘contenuto’ (suppergiù un cinquanta-sessanta scatti) prima di riprendere la nostra camminata nel tardo pomeriggio madrileno.
Vivremo poi, all’ora dell’uscita per la cena, l’abbraccio con la folla dei partecipanti allo sciopero, radunatisi alla Puerta del Sol e zone limitrofe: un mare di gente pacifica che pian piano sciamerà verso una miriade di destinazioni, senza disordini e senza scontri. O, almeno, questa è la nostra impressione.
Noi, invece, dopo una cena senza infamia e senza alcuna lode nel ristorante La catedral, peraltro consigliato dalla guida, compiamo un’ultima camminata prima di ritirarci per un doveroso riposo, quasi avessimo avuto una giornata sedentaria e dovessimo fare un po’ di moto…

lunedì 2 aprile 2012

A Madrid

E qui le giornate trascorrono veloci, tra camminate, visite, qualche sosta (breve o più lunga) e… è subito sera. Così il tempo per scrivere è ridotto ai minimi termini, anche se ce ne sarebbero, di cose da mettere sulla carta, quindi vediamo di proseguire con la nostra cronaca.

Il martedì si conclude con una estemporanea cena all’interno del mercato di San Miguel, una grande struttura in ferro e vetro, dove si vendono vere prelibatezze che invitano a continui peccati di gola e, se nel pomeriggio avevamo resistito a qualsiasi tentazione, alla sera la forza di volontà si fa di pastafrolla ed è naturale avvicinarsi al banco dei ‘pintxos’, le tipiche e appetitose tartine, davanti alle quali è durissimo rimanere indifferenti e, et voilà, il pasto è servito. Come rinunciare, poi, ad un maxi gelato (nelle dimensioni e nel prezzo) buono, buonissimo? No, non si può, quindi prima si pecca e poi si espia, con l’ultima camminata della giornata, tra le luci, i rumori e la gente che affolla le vie del centro, prima di ritirarci per il riposo del giusto.

Mercoledì 28 ci alziamo di buon’ora, poco dopo le 7, quando non è ancora pieno giorno e dopo la colazione, a bordo della metropolitana raggiungiamo la stazione di Moncloa, dove saliamo a bordo di un pullman per recarci a San Lorenzo de l’Escorial, la cittadina ad una cinquantina di km da Madrid dove si erge il monumentale complesso, reggia e monastero, fatto costruire da Filippo II.
Nell’aria frizzante del mattino (‘godiamo’ di una notevole escursione termica diurna, circa 20°…) percorriamo le vie del piccolo centro e ci accingiamo ad un’attenta visita con tanto di audio-guida appresso. La prima sorpresa c’è alla cassa, quando scopriamo l’inattendibilità di guida (e vari siti Internet), che davano per gratuito l’ingresso, per i cittadini Ue il mercoledì. Sì, è gratis, conferma l’impiegata alla cassa, ma dalle 15 alle 17.
Così sborsiamo i dieci euro a testa ed entriamo, percorrendo, sala dopo sala l’esteso ambiente, in compagnia di gruppi turistici e di scolaresche ‘multinazionali’, per non parlare di un terzo ‘amico’: il freddo! C’è infatti un gelidino, all’interno del palazzo, che costringe i custodi (che lavoro noioso, il loro!) a starsene imbacuccati con pesanti giacconi, sciarpe e guanti, neppure si fosse in Alaska e che induce i visitatori a non indugiare più del lecito nei vari ambienti.
Ed è con vero sollievo che usciamo al sole, rimanendo come lucertole, fermi, lungo il basso muro di cinta, cercando di riscaldarci. Peccato che a momenti soffi un certo venticello frizzante, che ci sollecita a raggiungere a passo veloci la stazione ferroviaria, distante poco più di un chilometro, dove saliamo sul treno che ci riporta a Madrid, attraversando la campagna circostante, prima di giungere in vista degli alti grattacieli della periferia.
Quando scendiamo alla stazione di Atocha sono già le 14.30 e siamo pronti a pranzare, in perfetto allineamento con le abitudini iberiche. Così ci fermiamo al sole nella piazza Sanchez Bustillo, di fronte all’ingresso del Centro de Arte Reina Sofia, seduti ai tavolini esterni di un affollato locale, in attesa di essere serviti da un affannato cameriere che ha il suo bel daffare ad accontentare i numerosi clienti. Pazienti attendiamo il nostro turno, crogiolandoci al sole, finalmente caldo (fin troppo!), mentre osserviamo degli studenti italiani che, attendendo il loro turno per entrare nel museo, si dedicano con passione al calcio (e te pareva!) con il risultato di far finire più volte la palla tra i piedi dei passanti o tra le gambe dei tavolini dei vari bar-ristoranti.
E finalmente, dopo le 16, sfamati e riposati, varchiamo anche noi la porta del grande museo, che ospita le più importanti opere dell’arte spagnola del ‘900, con, in primis, il celeberrimo Guernica, di Pablo Picasso.
Giriamo per le vaste sale, osservando e ammirando, sempre circondati da gruppi di adolescenti di vario idioma, che dimostrano, qualora ce ne fosse il bisogno, come brevi (o più lunghi) attacchi di ‘stupidèra’ adolescenziale colpiscano universalmente (e ne fanno fede le corse, gli urletti acuti e un’estemporanea ‘danza’ di alcune giovanissime francesi sulle terrazze esterne del Reina Sofia, nonché il ‘giocare’ in un su e giù-dentro e fuori dagli ascensori di vetro di altri, a prima vista, tredici-quattordicenni, probabilmente in un momento di ‘libertà’).
Ed io, da ex insegnante, dopo aver esalato un respiro di sollievo all’idea di essere ormai al di fuori da simili dinamiche, ringraziando nel contempo la buona sorte che in tanti anni di ‘accompagnamenti’ tutto sia andato per il meglio, mi domando quali saranno i momenti significativi che questi giovani ricorderanno una volta tornati a casa: gli aspetti culturali? i ‘tempi liberi’ con tutto quel contorno di esperienze, singole e soprattutto di gruppo, che sono il fondamento di ogni gita o viaggio di istruzione che dir si voglia?
Ne parlo a lungo con il consorte, mentre ce ne torniamo verso calle de l’Arenal e l’Hostal Oriente, per un giusto riposo ‘pedestre’ prima dell’ardua scelta di dove cenare, riportando alla mente passate esperienze e accesi scambi di idee con alcuni colleghi, ma questo è un discorso che porterebbe lontano…
Ritornando alla nostra serata, aggiungo che, dopo una pausa rilassante all’hostal e una doverosa sosta al ristorante ‘La vaca argentina’, i nostri passi ci conducono alla scoperta della rutilante, colorata e vivace vita tardo-serale di Madrid nel dedalo di strade attorno alla plaza Major: un mondo affascinante che noi ci limitiamo a guardare dall’esterno, ammirati da tanta vitalità e voglia di vivere (nonché di mangiare e bere, eheheh!)

P.S. Visti i tempi biblici con cui ho scritto il presente post, i prossimi saranno ‘postati’ da casa, dato che fra qualche ora l’avion ci riporterà in patria. Eh sì, la settimana è proprio finita!

martedì 27 marzo 2012

Salutino madrileno

Ola! Siamo qui, nella capitale spagnola, che ci ‘ospita’ da ieri sera, quando siamo atterrati (con oltre mezz’ora di ritardo) da un volo Ryanair, partito da Verona e approfitto di un momento di relax per mandarvi un breve saluto.
E’ stata, quella odierna, una giornata intensa di camminate, che, unite alla visita del Museo Thyssen-Bornemisza, ci hanno ‘leggermente’ affaticati, invitandoci ad una breve pausa nella camera dell’Hostal Oriente, prima di uscire alla ricerca di un locale in cui cenare (con l’imbarazzo della scelta che l’immensa offerta sicuramente ci porrà…)
Per fortuna il nostro domicilio si trova in pieno centro, a due passi dall’affollata Puerta del Sol e, come ci aveva garantito la collega Ernestina (grazie, Erne, del consiglio!) è confortevole e pulito, oltre che di costo contenuto.
Il nostro primo giorno ‘completo’ è cominciato dopo le nove: colazione nella pasticceria di fronte all’Hostal (qui non c’è servizio di breakfast o desajunos, per dirlo alla spagnola), quindi, a piedi, in cammino verso l’ampio Paseo del Prado, il viale lungo il quale si trovano i tre grandi musei madrileni, il Thyssen-Bornemisza, il Prado e il Reina Sofia.
La nostra scelta è caduta sul primo dei tre, appunto il primo che abbiamo incontrato: una velocissima fila al botteghino, quindi la visita ad una splendida mostra di Marc Chagall, a cui ha fatto seguito la diligente percorrenza, sala dopo sala, della completa storia della pittura, dal periodo medioevale ai giorni nostri. Un’esposizione veramente impressionante per la completezza dei vari momenti dell’arte pittorica, in special modo quelli più recenti.
E, curiosamente, qui ci siamo incrociati con una scolaresca dell’istituto per geometri ‘Andrea Pozzo’ di… Trento, a Madrid in viaggio di istruzione.
Al termine della visita e dopo un frugale pasto, seduti al sole all’esterno di un locale della zona, abbiamo camminato per km, seguendo un itinerario proposto dalla guida Mondadori, in nostro possesso, su e giù per le strade madrilene dei quartieri Lavapiés e Letras, con un ‘salto’ alla Plaza Major e all’Oficina del Turismo, prima di una necessaria pausa ante cenam…
Domani abbiamo intenzione di visitare il complesso de l’Escorial, ad un’ora di pullman da Madrid. Vi racconterò…

sabato 11 febbraio 2012

Fotografie patagoniche

Finalmente, a due mesi (e oltre) dal nostro rientro dal patagonico viaggio, ecco le foto ‘superstiti’ delle oltre duemila scattate dall’amato consorte.
Quindi, prendetevi una pausa si riflessione, mettetevi comodi davanti al pc, preparate qualche genere di conforto, una tazza di caffè o altra bevanda e… buona visione.

P.S. Mancano le fotografie di Buenos Aires, pronte a breve…

domenica 22 gennaio 2012

Saluti nevosi

Ancora una volta siamo ospiti dell'hotel Alpenblick, a Moso Pusteria, per una settimana di relax sulla neve.
E anche quest'anno con noi ci sono Margherita (Delphine) e Antonio, in compagnia del figlio 'irlandese', in ferie italiche, desideroso di lunghe sciate. Così, mentre i tre 'giovanotti' oggi si sono dedicati alle piste del monte Elmo, Margherita ed io abbiamo camminato nella val Fiscalina, godendo di un sole splendente e di una temperatura più che accettabile, prima di tornare all'albergo e di approfittare delle opportunità 'ateltiche' wellness&piscina.
Il 'guaio' di quest'hotel è la cucina... ;-) curata, appetitosa e.... abbondante, che rappresenta un vero attentato alla linea.
Vorrà dire che seguiremo un severo regime dietetico una volta a casa...

martedì 17 gennaio 2012

Vacanza in Patagonia-22° giorno

Sabato 26 novembre
E al mattino ci ritroviamo, sei ‘alpinisti trentini’ dispersi nelle patagoniche lande dell’argentina provincia di Santa Cruz, a decidere il da farsi: attendere al Kapenke le decisioni delle Aerolineas Argentinas riguardanti il nostro prossimo futuro, come consigliato dalla stessa società aerea o agire in prima persona?
Così, mentre le tre signore e Paolo F., quasi sprofondati negli ampi divani della hall, sono occupati in un sano ozio… telematico, Ugo e il consorte si recano a grandi passi decisi all’ufficio della linea aerea per concordare modalità e tempi del nostro ritorno alla capitale, da cui ritornano circa un’ora più tardi con le novità del giorno.
Per prima cosa, l’husband tiene fra le mani un nuovo biglietto aereo per Montevideo, verso la quale partiremo domani mattina alle 11, cui segue immediata telefonata all’anziana suor Augusta W., paterna zia che da oltre cinquant’anni opera come missionaria in Uruguay, per comunicarle il cambio di programma, mentre, per quanto riguarda la sorte comune, l’ultima news è che ci recheremo, poco dopo mezzogiorno, in pullmino a Rio Gallegos (300 km a sud), da dove voleremo a Buenos Aires con arrivo verso le 21.
Ed è quello che avviene: alle 12.30 saliamo a bordo di un moderno (e comodo) pullman da una trentina di posti e partiamo verso la nuova destinazione, che raggiungiamo neppure tre ore più tardi, un tempo di tutto rispetto, grazie alla velocità sostenuta e costante (anche oggi traffico pressoché inesistente) tenuta dallo chaffeur.
Poi, una volta entrati nell’affollato aeroporto, siamo oggetto di un trattamento quasi di favore: corsia preferenziale che ci permette di by-passare una lunghissima coda e nessun controllo al peso dei bagagli. Le Aerolineas Argentinas probabilmente ritengono che abbiamo già pagato il nostro scotto…
Sono comunque sorpresa del fatto di trovarci ‘solo’ in una ventina, di tutti gli oltre cento passeggeri a cui era stato cancellato il volo e non posso non domandarmi dove siano finiti gli altri, compresa quell’irascibile signora americana, con diversi giovani figli al seguito, che ieri sera a El Calafate aveva polemizzato con Ugo e l’husband, colpevoli, a suo dire, di scavalcare la fila… Quesiti destinati a rimanere senza risposta.
Infine, con nostro grande sollievo, eccoci a bordo del velivolo proveniente da Ushuaia pronti al decollo e, puntuali, circa tre ore più tardi, siamo sopra le luci di Buenos Aires.
Una volta atterrati e recuperati i bagagli, usciamo nel caldo (quasi 30°C) della notte porteňa e troviamo ad attenderci il taxi-van inviato dall’agenzia, il quale ci conduce all’hotel dove trascorreremo la notte. Non il previsto (e disdetto) hotel Scala, ma, sempre sull’immensa Avenida 9 de Julio, all’altezza dell’obelisco, simbolo principe di Buenos Aires, al Caesar Park. Qui, Ugo e Patrizia, Paolo e Silvana trovano ad attenderli un impiegato con i nuovi biglietti per il volo Iberia (domani sera alle 22 circa) e qui ci salutiamo con un abbraccio affettuoso e già un pizzico di nostalgia, qualche ora più tardi, dopo l’ultima cena all together nel tipico e affollatissimo ristorante Chiquillin.
Arrivederci, ‘ragazzi’. E’ stata una bellissima vacanza e voi siete stati compagni speciali…

Ed ora noi due, l’husband ed io, siamo pronti per l’ultima, breve tranche di questa lunga esperienza sudamericana.

sabato 14 gennaio 2012

Vacanza in Patagonia-21° giorno

Venerdì 25 novembre
Rien à faire. Neppure stamani il Cerro Torre si è impietosito di fronte alla costanza di quattro alpinisti tridentini e, come virginal fanciulla di fine ottocento, ha celato la sua bellezza e la sua rocciosa imponenza dietro ad un manto di nubi e ai nostri eroi non è rimasto che tornarsene, vinti dal fato, al Kaleshen, dopo la consueta sosta al primo mirador (e quanti ce n’erano, di escursionisti, come noi vanamente in attesa del ‘miracolo’…)
Così, a famiglie ricongiunte, dopo l’ultima colazione, bagagli chiusi e caricati sulle gloriose Fiat Siena, siamo pronti a lasciare El Chaltén, non senza aver lanciato l’ennesimo sguardo speranzoso verso le nascoste cime e, sferzati da violente patagoniche raffiche di vento, partiamo. Adios El Chaltén e adios montagne gloriose, tanto agognate e tanto difficili da vedere…
Come già all’andata, non troviamo quasi traffico alcuno lungo la rettilinea strada verso El Calafate, che raggiungiamo nel primo pomeriggio, dopo una brevissima sosta sulle rive del lago Viedma (forse cinque minuti super-ventosi, giusto per scattare le foto d’ordinanza) ed una, a scopo ‘culinario’ alla Leona, per uno spuntino di mezzogiorno.
Che fare adesso? Abbiamo diverse ore a disposizione, prima di raggiungere l’aeroporto, dove consegneremo le auto (pulite, sia ben chiaro) e al di là di una dovuta sosta presso un autolavaggio, altri programmi non ce ne sono, perciò, dopo fitti conciliaboli, decidiamo di raggiungere la laguna Nimez.
Only one kilometer from El Calafate near Lake Argentino is Laguna Nímez Reserve, where you can watch colorful birds while immersed in a peaceful environment in contact with the biosphere of the area (…) recita il pieghevole che riceviamo all’atto di pagare il contenuto biglietto d’ingresso.
Comincia così la nostra visita all’interno di quest’oasi naturale, a due passi dal lago Argentino, un vero paradiso per uccelli di ogni specie, compresi dei bellissimi fenicotteri rosa (i flamingos); è una passeggiata tranquilla lungo ben segnati sentieri, con qualche tratto di passerelle lignee e alcuni miradores che permettono di ammirare ampi panorami. L’unico inconveniente è rappresentato dal vento che soffia costante e impetuoso, ma noi lo sfidiamo impavidi, compiendo l’intero itinerario previsto, compresa una veloce puntata sulla sabbiosa spiaggia del lago.
Poi, terminata la visita, ci riportiamo in centro e spendiamo le ultime ore a El Calafate: lavaggio auto, pieno benzina, piccoli acquisti dell’ultimissima ora, un quasi italico caffè targato Illy e infine, con largo anticipo, ci portiamo all’aeroporto.
Neppure il tempo di entrare, onusti degli ampi bagagli, e ci rendiamo conto che c’è un’atmosfera strana nella zona check-in: urla, imprecazioni, la security spiegata attorno ai ‘banchi’, un palpabile nervosismo.
Che sta succedendo? Ahimè, la risposta arriva presto: tutti i voli da El Calafate sono stati cancellati!!
Come? Cancellati? E perché? E adesso? E il volo di domani pomeriggio per l’Italia? E quello di domani a mezzogiorno per Montevideo? Una ridda di domande senza risposta, in una varietà di reazioni che vanno dalla serafica accettazione dell’evento da parte di Paolo F., alla ‘fibrillazione’ di Silvana che lunedì, alla ripresa del lavoro, ha in agenda improrogabili appuntamenti, mentre l’husband, di postazione al check-in desk, cerca di capire l’evolversi della vicenda e Ugo, telefono in mano, si mette in contatto con Buenos Aires e la ‘referente’ Diana.
Sì, perché la non-partenza da El Calafate, come in un micidiale domino, fa cadere una lunga fila di tesserine: disdire il taxi che ci attende all’aeroporto di B.Aires, disdire le camere all’hotel Scala, disdire i posti sul volo Iberia, con destinazione Venezia, via Madrid e nel contempo, cercare una nuova sistemazione per la sera seguente e un nuovo biglietto aereo…
Intanto, la situazione all’interno dell’aeroporto non cambia e le povere addette al check-in hanno il loro bel daffare nel fronteggiare l’impotente ira degli oltre 150 passeggeri ‘bloccati’ da una cancellazione il cui motivo non è dato sapere (e non lo sapremo mai…), fino a che le Aerolineas Argentinas non danno il via all’operazione ‘soccorso’: ogni viaggiatore verrà ricondotto, a mezzo pullman, a El Calafate, dove troverà ospitalità, con cena e colazione (e fors’anche il lunch…), in uno o l’altro hotel, il tutto a spese della compagnia stessa.
E quando sarà il prossimo volo per Buenos Aires? A questa domanda, altra risposta non c’è se non un allargare le braccia degli impiegati e un vago ‘domani’.
Sì, per dirla alla Rossella O’Hara, ‘domani è un altro giorno’ e con questa timida speranza, del tutto rassegnati ai voleri del destino, prendiamo possesso delle nuove stanze, più cena ‘a la carte’, più break-fast, sperando in un ‘no-lunch’, all’hotel Kapenke in pieno centro de El Calafate.
Domani è un altro giorno, staremo a vedere cosa succede…

mercoledì 11 gennaio 2012

Vacanza in Patagonia-20° giorno

Giovedì 24 novembre
Ieri sera, attorno ad un tavolo del ristorante Pangea, di fronte all’ennesima ‘sopa de calabaza’ (=minestra di zucca), tradizionale piatto presente in tutti i patagonici menu, il gruppo degli indomiti quattro aveva solennemente stretto ‘il patto del Cerro Torre’, nome in codice ‘tenteremo anche domani’.
Ovviamente il ‘tenteremo’ non si riferiva alla volontà di scalare la severa parete dell’Urlo di pietra, seguendo le orme di valenti alpinisti, ma assai più semplicemente alla decisione di tornare al Mirador Maestri per ammirare da vicino l’imponente montagna finalmente sgombra da nubi.
No grazie, avevano subito dichiarato Silvana e la sottoscritta, noi abbiamo già dato, a meno che l’indomani non ci regali una giornata di cielo limpido con sole sfolgorante. Noi ci organizzeremo per conto nostro…
E così infatti avviene.
Ore 9. Anche stamattina le condizioni meteo non sono delle migliori. Le nubi regnano quasi sovrane e a tratti, in aggiunta, soffia quel patagonico venticello frizzante, ma noi, puntuali, siamo pronti a cominciare la giornata e, dopo una tappa in un punto telefonico dove contattiamo a El Calafate l’ufficio delle Aerolineas Argentinas per confermare il volo di domani sera verso Buenos Aires, le nostre strade si dividono. I quattro ‘da ‘na banda e le due, dall’altra.
Così ci incamminiamo verso la Cascata del Salto, un’imponente caduta d’acqua spumeggiante, quotidiana meta di decine e decine di escursionisti più tranquilli, famigliole comprese.
E’ una camminata di un’ora e mezzo circa, su larga strada sterrata e pressoché pianeggiante nel primo tratto, quindi su comodo sentiero nel bosco, che ci permette piacevoli conversazioni, alternate a brevi soste e per ammirare il panorama, l’ampia vallata dove scorre il Rio Salto e le ignote catene che la delimitano e per quel ‘cava e metti, metti e cava (la giacca, il berretto e tutto quello che è necessario)’, croce e delizia di queste ventilate giornate.
Arrivate alla meta, un luogo ameno e tranquillo, sostiamo una decina di minuti sedute su uno dei grandi sassi che delimitano il piccolo specchio lacustre ai piedi della cascata, osservando il continuo e fragoroso cadere dell’acqua e la nuvola leggera di milioni di minuscole gocce, con l’effetto arcobaleno creato da quegli sparuti raggi di sole capaci di penetrare la grigia nuvolaglia, poi, un ultimo sguardo al paesaggio, ce ne torniamo verso El Chaltén.
La nostra prossima meta sarà un locale dove consumare un veloce pranzo, in attesa del ritorno alla base dei rispettivi consorti più amici, sul cui successo escursionistico nutriamo qualche dubbio.
-Chissà se avranno potuto vedere il Cerro Torre…- ci diciamo osservando perplesse il cielo.
E, ahimè, ‘vediamo’ giusto, perché, dopo una veloce sosta ante-pranzo al Kaleshen, al momento di uscire troviamo, tristemente seduti nella hall, Ugo e l’husband appena rientrati dal mattutino tentativo di raggiungere il Mirador Maestri.
Nuvole grigie e basse, oltre ad un vento a tratti inclemente, li hanno accompagnati per tutta la mattinata, perciò, una volta raggiunto il primo mirador, accertata l’esistenza di una ‘muraglia’ nebbiosa a coprire il Cerro Torre, hanno deciso di tornarsene sui loro passi, lasciando i soli Patrizia e Paolo F. ad attendere l’improbabile ‘miracolo’ (i due arriveranno al Mirador Maestri, con visibilità pari a…. zero).
E no, non hanno neppure voglia di venire a pranzo con noi, (lasciatemi come una cosa posata in un angolo e dimenticata, avrebbe detto Ungaretti), per cui Silvana ed io li lasciamo laddove sono e andiamo alla ricerca di un ‘localino’ adeguato (a El Chaltén non c’è che l’imbarazzo della scelta…).
Quest’oggi optiamo per Mathilda, un piccolo caffè-ristorante dove, nella graziosa saletta da pranzo, gustiamo….. un’ottima sopa de calabaza (perché una minestra calda fa sempre bene, avrebbe detto la mia oggi ultracentenaria zia Rosina…) e qualcosa di secondo, concludendo con un buon caffè, sempre un po’ lungo, ma che ci gusta assai.
E ce ne rimaniamo a lungo, nel tepore del confortevole ambiente, fino a rimanere le uniche clienti, quindi ci rituffiamo nel fresco (e ventoso) pomeriggio patagonico, girellando qua e là per le ampie strade, entrando in questo o quel negozio di souvenirs, per un’ultima (e vana) ricerca di qualcosa di insolito da riportare in patria, prima di tornarcene all’hotel e ricongiungerci agli affetti coniugali.
Poi, alla sera, dopo una breve passeggiata, a gruppo riunito, per le vie del ‘borgo’, alla ricerca di quelle caratteristiche ‘sculture’ in metallo, che altro non sono se non artistici contenitori per i sacchetti dell’immondizia, ce ne andiamo a cena a l’Estepa, dove, con quel po’ di nostalgia che ti prende quando una vacanza sta per finire, davanti ai succulenti piatti del menu, rievochiamo i momenti felici di questa lunga esperienza in terra sudamericana.
Domani, a quest’ora, ci diciamo tornandocene al Kaleshen, saremo in volo per Buenos Aires, ma domattina, all’alba, prima di partire verso El Calafate…. ultima sfida al Cerro Torre!!
Prego, accomodatevi, miei cari. Io, me ne rimarrò sotto le coltri!