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lunedì 7 aprile 2014

Domeniche

Sì, me lo sono chiesta anche stamattina, mentre salivo con passo costante e sudando tutto il sudabile, tanto che mi sarei potuta fare uno shampoo senza usare una goccia d’acqua, la ripida salita della Calà di Sasso, una vecchia mulattiera ‘scalinata’ che risale ai tempi dei tempi, nel comune di Valstagna, ridente paesino a pochi chilometri da Bassano.
E l’ho pure comunicato ad Ivana e Paolo che camminavano qualche passo dietro di me.
Quali colpe avrò mai da scontare, ho detto, per meritare tutta questa fatica?
Ah, ah- ha commentato Ivana –vedila come una ‘penitenza’ quaresimale..
Sì, una penitenza, abbiamo concluso, asciugandoci per l’ennesima volta i rivoli di sudore che scendevano copiosi dai nostri volti. Due ore di salita in un fitto bosco prima di uscire nei prati di Chiesa di Sasso, dove c’erano i compagni che ci avevano preceduto e dove sarebbero giunti, ben distanziati, coloro che erano dietro di noi. Cinquanta escursionisti, guidati da una giovane capo-gita alla sua prima esperienza, con la partecipazione di alcuni altri giovani che hanno contribuito ad abbassare… di qualche mese la solitamente elevata età media dei gitanti Sat.
Un’escursione, questa odierna, che avevo già fatto nel lontano 1999, con un diverso ‘rientro’, rispetto a quello odierno, uno stretto sentiero che scendeva ripidamente con stretti tornantini e che mi ha fatto versare altre stille di sudore… Perché sarà anche vero che in discesa ‘ogni santo aiuta’, ma alla fin fine preferisco le salite, ancorché faticose. Le discese richiedono sempre attenzione costante, soprattutto se il terreno non è dei più agevoli…
Comunque questa domenica si è conclusa in modo ‘sereno’, senza intoppi, complicazioni, disguidi. Anzi, ci siamo quasi tutti concessi, una volta tornati a fondovalle, dei gustosi gelati, giusta ricompensa a tanta fatica. E che importa, se a Chiesa di Sasso ne avevo già mangiato uno? ;-)
Sì, finalmente una domenica senza inconvenienti. Perché già avevamo vissuto l’esperienza di trovarci dispersi per i boschi innevati della val Badia e, quella successiva, avevamo annullato l’escursione per maltempo, ma anche lo scorso 30 marzo ci aveva riservato un happening inatteso.
Era stata una lunga camminata sulle pendici del monte Pizzoccolo, boscoso rilievo che si affaccia sulla riva occidentale del lago di Garda, nel comune di Tuscolano Maderno, con ripide salite e altrettanto ardita discesa e breve sosta finale prima di ripartire alla volta di casa.
-Ci siamo tutti 35, possiamo partire!- aveva affermato il capo-gita, dopo la ‘conta’ quando già eravamo seduti in pullman. E l’autista Orazio aveva avviato il potente mezzo, scendendo la tortuosa strada che portava al paese rivierasco, quindi risalendo l’altrettanto tortuosa litoranea, tra gallerie, curve e controcurve fino a Riva del Garda. Tutto bene, fino a quel momento. In forse tre quarti d’ora saremmo stati a Trento e si cominciava già ad assaporare profumo di casa, quando cominciarono….le sorprese. Dapprima una lunghissima e lentissima colonna di auto, tra Riva e la vicina città di Arco, che costrinse lo chauffeur a procedere a passo d’uomo, quindi il ‘botto’ finale: sul pullman ‘mancheva el Gigi’!!
Sorpresa, sconcerto, incredulità generale. Come, ‘manca el Gigi? Ma èlo en scherz? Ma se i ho contàdi…
No, non era uno scherzo. Il Gigi, aitante giovinetto pressappoco mio coetaneo, stava viaggiando a bordo di un taxi al nostro ‘inseguimento’. Era successo che, arrivato al pullman, una volta portata a termine la gita, dopo la rituale sosta al bar vicino, egli si fosse allontanato di qualche decina di metri, senza peraltro avvisare alcuno del gruppo, per osservare dei giovani che stavano atterrando con il parapendio. Intento com’era ad ammirare le manovre degli emuli di Icaro non si era reso conto che i minuti passavano e non aveva sentito il rumore del mezzo che stava partendo. D’altro canto, il capo-gita, probabilmente confuso da quei soliti che ‘vanno avanti e ‘ndré’ sul pullman, aveva contato due volte una stessa persona e nessuno dei presenti si era accorto della mancanza del compagno di viaggio. C’erano state poi altre circostanze che avevano impedito al ‘poverello’ di comunicare con qualcuno di noi, così l’unica soluzione era stata…il taxi.
Cosa vuoi farci, mi aveva detto Gigi, al telefono l’indomani mattina, sono cose a cui si può porre rimedio.
Parole sacrosante. Sempre che non si voglia prendere in considerazione il suggerimento di Lina di fare un ‘salto’ a Lourdes o in altra località… miracolosa. ;-)
 

giovedì 16 gennaio 2014

Rientri - post 'a rate'


Ho ripreso, dopo la pausa natalizia, con la ginnastica, l’inglese, la montagna. E non è sempre stato un rientro indolore, ma, in alcuni momenti una vera faticaccia. A partire da quelle serie di esercizi, nella spoglia palestra, che saranno anche utili per la tonicità di corpi un po’ d’antan, ma che ti costringono a stringere i denti per arrivare a toccare il ginocchio destro con il gomito sinistro e viceversa, tanto che ascolti con vero sollievo quelle parole ‘abbiamo finito’. Grazie, grazie, grazie…

Ma la prova più ardua è stata la ‘semplice’ (a detta dei due organizzatori) escursione di domenica 12, la prima della nuova stagione Sat. Un’uscita gettonatissima, tanto da fare l’en-plein, 54 presenti su 54 posti disponibili, compreso il seggiolino a fianco dell’autista e che ci regala qualche brivido fin di primo mattino.
A partire dalla ‘scomparsa’ di uno dei miei guanti e prontamente ritrovato nella bagagliera del pullman, per continuare con qualche minuto di vera ‘passione’, quando il capogita si rende conto, non appena il potente mezzo è ripartito dall’autogrill dopo la consueta sosta caffè, di aver dimenticato, nello stesso, il borsello con chiavi, carte varie e, soprattutto, una busta con le quote poco prima pagate da molti partecipanti, oltre trecento euro. Un (quasi) dramma a partecipazione collettiva che si risolve (quasi) miracolosamente, con il ritrovamento del borsello, intatto, con tutto il malloppo al suo interno.
Con animi decisamente sollevati raggiungiamo così la ‘nordica’ località di Terme di Brennero, a pochi km dall’omonimo passo di confine e l’escursione ha inizio: sci o ciaspole ai piedi, affrontiamo il ripidissimo pendio, un’ex pista da discesa, che conduce in alto, al pianoro sul quale sorge la Enzianhütte, e di lì alla cima Vallaccia. Gli indomiti sciatori e ‘ciaspolari’ della Sat partono a spron battuto, o almeno così a me pare, senza apparente fatica, sparendo ben presto dalla vista delle due misere ‘tapine’ che chiudono la fila.
E chi sono costoro che salgono con lentezza e periodiche soste, stillando gocce di sudore, con gli occhiali appannati dal fiato ‘ansimante’? Eh sì, sono la sottoscritta e l’amica Cristina, che, all’atto dell’iscrizione, era stata ampiamente rassicurata sulla semplicità del percorso. Ripidissimo in salita e altrettanto difficoltoso in discesa, ci diciamo.
Così, una volta raggiunto il rifugio presso il quale non c’è più alcuno dei nostri –tutti hanno continuato alla volta della cima, o zone limitrofe- e, una volta consumato un rapido pasto dopo aver fortunosamente trovato posto nell’affollata sala da pranzo, intraprendiamo la via del ritorno, percorrendo la lunga strada forestale (7 km), comoda e ottimamente innevata, che ci conduce a fondovalle. Insieme a noi, decine e decine di slittini, che ci sorpassano veloci, ‘sibilando’ sulla neve (in Alto Adige lo slittino è uno sport diffusissimo, a tutte le età).
E poi siamo al pullman; la prima dell’anno è finita, ma non sono particolarmente soddisfatta. Ho faticato più di quanto potessi immaginare e mi domando se valga la pena affrontare ‘prove’ di tale portata, in cui gli sforzi superano di gran lunga le soddisfazioni. Vedremo nelle prossime settimane.

martedì 10 settembre 2013

La magnalonga, ovvero cronaca di una domenica tra camminata e... spuntini

E il bello è che molti pensano che il camminare in montagna, spesso per ore e magari sudando come fontanelle, sia un ottimo metodo per consumare calorie e perdere un po’ di peso eccedente… E invece..
Invece capita che la ‘sana’ escursione domenicale diventi un’occasione ideale per dar ascolto ai più calorici richiami dello stomaco e della gola, in un alternarsi di auto-giustificazioni (nel mentre) e di coccodrillesche metaforiche ‘lacrime’ (a posteriori), come accaduto proprio l’altro ieri, domenica 8 settembre.
Eccovi pertanto una montano-alimentar-resoconto.
Domenica 8 settembre, escursione in val Casies (Alto Adige)
Partiamo quando le ombre della notte non si sono ancora dileguate del tutto, alle 6 del mattino, in numeroso e scattante gruppo. Naturalmente ho fatto una più che discreta colazione, sia pur all’alba delle 5 a.m., perché il pasto del mattino è un momento ‘sacro’ e non c’è ora che tenga. Rinuncio, invece, al caffè dell’autogrill nei pressi di Bressanone, rituale punto di sosta dei viaggi in zona (la pausa-caffè è un momento irrinunciabile nelle gite!!), preferendo berne una tazzina a Santa Maddalena, già con gli scarponi ai piedi, un attimo prima di incamminarmi.
Sono le 8.30 circa e il ‘plotone’ dei satini si mette in marcia, dapprima a ranghi compatti, sgranandosi poi via via in tanti segmenti, con i piè veloci che distanziano tutti gli altri. Il percorso non è affatto difficile, certo, ci sono all’incirca settecento metri di dislivello per giungere alla forcella di Casies, ma la pendenza si sviluppa gradualmente e si riesce perfino a conversare con chi ti sta a fianco; l’unico inconveniente è l’elevato tasso di umidità che fa sudare copiosamente.
E siamo ancora distanti dalla citata forcella che io comincio ad avvertire un certo languore, che si potrebbe quasi chiamare ‘fame’, per cui mi fermo quell’attimo necessario a togliere dallo zaino un residuo di frutta secca (‘anca quela te hai portà!’- si scandalizzerà poi l’amato bene) e il pacchetto di crackers riso-su-riso che sbocconcello passo dopo passo, tra un rivolo di sudore e l’altro.
Rifocillata e rinvigorita, sono così pronta ad affrontare di buon passo le ultime asperità ed eccomi alla forcella, dove tira un’arietta talmente fresca che, oltre ad asciugare qualsiasi stilla di sudore, ti invita a rivestirti di tutto punto, quasi quasi con guanti e berretto in aggiunta. E qui, sono circa le 11, come peraltro stanno facendo tutti i compagni d’avventura, proseguo nella mia azione…alimentare. La barretta di cereali (che non è certo il massimo, ma di necessità si fa virtù…), quindi tutta la frutta che ho con me, una banana, un’orrida pesca che non sa di nulla e due-tre racimoli di uva bianca, per fortuna di ottima qualità. Adesso non mi resta che un modesto (come dimensioni) panino imbottito, salume più insalata, che consumerò una volta raggiunta la malga Weissbach, luogo deputato per la sosta pranzo per gli escursionisti del percorso breve.
Già, perché qui le strade si separano: il gruppo degli arditi, dei piè veloci, di coloro che senza-una-cima-mai, riparte verso una vetta dall’impronunciabile nome tedesco, mentre i sedici ‘tranquilli’, quelli che sono paghi anche di panorami a quote più basse, continuano lungo un sentiero che taglia, con qualche up and down, il fianco della montagna fino alla suddetta malga Weissbach. Un’altra ora di strada, a passo costante, con attenzione e prudenza, ché qui non è il caso di prodursi in scivoloni dai probabili esiti disastrosi (o quasi).
Ed ora siamo alla meta e ciascuno si sistema come meglio crede, chi ai tavolini esterni della struttura, chi sull’erba dei prati circostanti, chi nella piccola stube, timoroso dell’aria fresca che non ci ha abbandonato un solo attimo. Così, una volta consumato il residuo panino, con Silvana e Clara entro nel più tiepido ambiente e che succede a questo punto?
-E se ci ‘facessimo’ una Lienzertorte?- suggerisce Silvana.
-Già, perché no?-
Già, la volontà sarebbe anche forte, ma è il corpo ad essere debole e, et voilà, dalla linda cucinetta, ecco materializzarsi tre belle fette di torta, tra l’altro anche gustosa che ‘va giù’ che è una bellezza.
-Si vive una volta sola- commentiamo, sazie e ritemprate da un buon caffè conclusivo –abbiamo poi un altro paio d’ore di strada… riusciremo a smaltirla…-
Così accade (per le due ore circa di strada, ovviamente) che percorriamo con tutta tranquillità, sguardo proteso alla ricerca di funghi, i cosiddetti ‘funghi del pin’, di cui Silvana e il marito Paolo sono grandi estimatori. E ce ne sono tanti, giù e giù, fino a fondovalle dov’è parcheggiato il nostro pullman, dei quali facciamo ampia raccolta per i due amici, che arrivano alla meta con un buon bottino.
Non sono ancora le 16, la partenza verso casa è prevista per le 17.30 e a noi, della gita ‘breve’ non rimane che attendere con pazienza. Ma il tempo sta volgendo decisamente al brutto, fa freschetto, mentre nubi minacciose stanno sopraggiungendo, foriere di precipitazioni inopportune e allora non ci resta che trovare posto ai tavolini del tipico bar a due passi dal parcheggio, così capita che mi ritrovi ad ‘aiutare’ Maria a consumare un gelato inaspettatamente più grande del previsto. Anche il gelato!!
E non penserete che finisca qui!! Ahimè no, perché, quando FINALMENTE anche quelli della ‘lunga’ sono tutti alla base, compreso il consorte che accompagno ad avere la giusta ricompensa… alimentare post-fatica, ri-cado in tentazione, ché, a furia di aspettare…. ho di nuovo fame. Ed è una cremosa fetta di torta Selva nera che finisce in quattro e quattr’otto nel mio stomaco. Speciale. Ottima. Supercalorica.
E tutto perché gli amanti delle vette hanno impiegato più tempo del previsto, come sottolineo scherzosamente (ma non troppo) all’amico Roberto. -Consideratevi responsabili del mio aumento ponderale!- gli ricordo. Già, perché se fossero scesi in minor tempo, avrei avuto meno occasioni per ‘peccare di gola’. Del resto, in un mondo in cui nessuno è mai colpevole di nulla, potrò attribuire anch’io la responsabilità di essere caduta in tentazione a qualcun altro? ;-)
Per concludere, sappiate che, una volta giunti alla magione, ore 20.30 circa, ho pure cenato. Moderatamente, s’intende, fagiolini lessati e un po’ di mozzarella. Un pasto leggero, ma sempre ‘pasto’..
 
 

mercoledì 21 agosto 2013

Fragile

Fragile, sei troppo fragile…
Queste parole che risuonano nel folto bosco proprio sopra l’abitato di Fontanazzo, frazione di Mazzin di Fassa, provincia di Trento, nel tardo e caldo pomeriggio di domenica scorsa, mentre sto scendendo, con attenzione e prudenza, un ripido e sassoso sentiero che mi pare interminabile, sudando tutto il sudabile, mi ‘regalano’ un istante deja-vu, che mi rimanda all’indietro di almeno un quarto di secolo.
Fragili, troppo fragili, un’espressione cara al collega Condottiero, che egli riferiva alle nostre tredicenni alunne e che tanto mi irritavano ogni volta le sentivo. Fragili, troppo fragili… Certo, ribattevo, se avessero la tua maturità di quarantenne, sarebbero dei fenomeni e noi potremmo cambiare mestiere…
Ma quest’oggi non è la voce del buon Condottiero a pronunciare le medesime parole, bensì quella dell’amato consorte che cammina qualche passo davanti a me, allo scopo di mostrarmi dove ‘mettere i piedi’ e la destinataria non è altri che la sottoscritta che procede sempre più stanca e irritabile verso una meta che pare allontanarsi ogni metro di più.
Sì, sono io la persona ‘fragile’, perché mi sto lamentando di quest’ultima parte del lungo itinerario che abbiamo percorso quest’oggi. Sei ore e più di ‘marcia’, su e giù, giù e su lungo sentieri ora più agevoli, ora più impegnativi, aeree ‘crestine’, tratti attrezzati con cordino e qualche ‘piolo’ metallico, vasti prati e pascoli. Un percorso che non è certo stato la cosiddetta ‘via dell’orto’, ma che ha richiesto piede fermo e assenza di vertigini e che io ho portato (quasi) a compimento, senza la minima lamentazione e/o rimostranza. Solo qui, alla fine della giornata, mi sto concedendo di esprimere il mio ‘stufezzo’ e la mia fatica di fronte a tale discesa in questa specie di selva oscura che precipita a valle.
-E lo stai dicendo a tutti- rincara la dose il consorte. Tutti, vale a dire quei compagni di escursione che via via mi hanno raggiunta e superata. E che devo dire? Che quest’ultima parte è di una bellezza stupefacente? Che mi sto divertendo ‘da matti’ e che, quasi quasi, una volta a fondovalle, potrei tornarmene in alto per ripetere l’esperienza?
Poi, grazie al cielo, sono alla meta, nei curatissimo parco lungo le rive del torrente Avisio, dove ci stanno attendendo il pullman e il pacioso autista Elvis, che mi saluta con un ‘la vedo un po’ stanca, siora’…
Un po’ stanca e un po’ (tanto) irritata con il compagno della mia vita che non ha ancora finito di sottolineare impietosamente la mia (supposta) fragilità, correndo il rischio di beccarsi un colpo di ‘racchetta’ in testa (e buon per lui che sono di animo generoso… ;-))
E, per concludere, faccio mie le parole di Alberta che mi ha preceduto di qualche minuto: ‘abbiamo visto così bei panorami a 360° nella parte ‘alta’, che ci hanno ripagato della fatica finale…’. Sì, perché è stata un’escursione bella assai e appagante, per le prime cinque ore e mezzo del percorso, per cui conviene ‘archiviare’ l’ultimo tratto alla voce ‘rovescio della medaglia… montagnosa’ e dimenticare al più presto fatiche e disagi. E il consorte? Vabbè, che devo fare, lo ‘perdonerò’… Ma per intanto, gli concedo un goccio della fresca acqua, testé acquistata nell’unico locale aperto nei paraggi, solo perché ‘è il padre dei miei figli’!!
 
Per rimanere in tema ‘montagna’, la prossima settimana, da sabato 24 a sabato 31, saremo in val Pusteria, a Moso, nell’ormai familiare hotel Alpenblick, per una vacanza soprattutto di relax (così ha giurato il consorte), certo, con uscite e camminate quotidiane, anche per bilanciare l’apporto calorico di quell’ottima e speciale cucina!! Staremo a vedere. L’importante è che il tempo ‘tenga’… Ha fatto bello fino ad ora, non sia mai che cambi del tutto proprio in quei giorni!!

domenica 21 aprile 2013

Domenica 21 aprile

E torniamo a discorsi ‘privati’ (anche se, comunque, il ‘politico’ non è dimenticato, con discussioni accese e partecipate… e tutte tra persone della stessa area, perché, al di là della grillina girasoliana e dell’ex berlusconiano fruttivendolo, oggi di area montiana e con simpatie per Renzi, tanto per essere ecumenico, ci muoviamo in un mondo di ‘centro-sinistri’…).
E torniamo, perciò, al domenicale appuntamento con la montagna, quest’oggi ‘allietato’ da una precipitazione che ci ha accompagnati per gran parte della mattinata, fino al pomeriggio. Ma, si sa, noi siamo un po’ masochisti e un po’ mattocchi e non ci lasciamo certo spaventare da quattro (otto?) gocce, ben previste, tra l’altro, da tutti i servizi meteo della penisola e, con capiente ombrello, copri zaino, mantella e tutto quanto alla voce ‘protezione contro la pioggia’ raggiungiamo il consueto raduno di lungadige Monte Grappa.
E non siamo neppure così pochi come il maltempo avrebbe fatto supporre (Quanti saremo?- ho chiesto già sulla porta di casa al consorte –Cinque? Dieci? Si accettano scommesse…), 27 temerari e colorati escursionisti, che prendono posto sul capiente bus, anche stamane condotto dal prode autista Orazio.
27 escursionisti, compresi Antti, giovanotto finlandese temporaneamente a Trento ed Helen, insegnante inglese in una delle scuole di lingue della città.
Poco più di mezz’ora di viaggio e siamo a Montesover, ameno paesino di mezza montagna ai margini del gruppo del Lagorai, da dove ci mettiamo in cammino dopo la consueta sosta caffè nel moderno bar dell’unico hotel del luogo. In lunga fila serpeggiante risaliamo un erto sentiero in parte selciato, prestando grande attenzione passo dopo passo, per evitare inopportune scivolate.
-It’s very slippery- commenta Helen.
Oh yes! Erto e scivoloso, con una pioggerellina continua ed un tasso di umidità assai elevato. Ma noi risaliamo impavidi, sudando e sbuffando fino a che non incrociamo la strada asfaltata che ci porta alla malga Pat, un rustico edificio da pochi anni ristrutturato e sotto l’ampio porticato ci concediamo una piccola pausa rifocillante. E su uno dei tavoli compaiono quasi per incanto, tolti da capienti zaini, bottiglia di vino bianco e vari recipienti per bere, compreso un elegante calice in vetro lavorato, lucaniche, con coltello e tagliere al seguito, pane e grissini per una merenda di metà mattina. Io, invece, mi accontento di un rapido spuntino a base di frutta, in attesa del pranzo che si terrà in una trattoria di Piscine di Sover, verso la quale ci incamminiamo una volta ristorati e, almeno in parte, saziati. Un’ora abbondante di percorso in discesa, che mi costringe, in qualche tratto, a costante attenzione, dato che tra pietre bagnate, foglie marcescenti e un ombrello aperto, il rischio di finire gambe all’aria è facile assai.
Invece nulla di ciò succede e, percorsi gli ultimi chilometri su più tranquilla strada asfaltata, siamo in vista del paesino, che raggiungiamo addirittura sotto un pallido sole. Il sole!! Chi l’avrebbe mai immaginato, quando siamo partiti stamane? Gioiosi e festanti, prendiamo posto nella sala da pranzo della trattoria, unici ospiti della struttura e in un’atmosfera di calda (e a tratti un po’ rumorosa) convivialità degustiamo il semplice menu preparato appositamente per noi: una scelta di salumi come antipasto e una pasta al pomodoro da tutti apprezzata, come dimostrato dai numerosi bis.
Ed è a questo punto, mentre attendiamo il caffè e una fettina di torta appresso, che, laddove siamo seduti il consorte ed io con Paolo, Silvana e Maria Grazia, si eleva un sentito scambio di opinioni sulla situazione politica, tra scoramento e delusione, recriminazioni e qualche accusa, che viene a concludere discorsi già cominciati in pullman e proseguiti al bar di Montesover. Vabbè, prevedo che questo tema sarà il leit-motiv anche del prossimo incontro con gli ex colleghi…
Poco dopo le 14.00, zaini nuovamente in spalla e ombrelli oramai riposti, ci rimettiamo in cammino, lungo un comodo sentiero a mezza costa nel bosco che in poco più di un’ora ci conduce a Sover, dove il pullman è in nostra attesa. Ma a quest’ora del pomeriggio l’autista Orazio non è da solo: con lui c’è un Orazio in miniatura, uno scricciolo d’uomo con una folta chioma ricciuta e una tuta blu, vale a dire il piccolo Simone di cinque anni, che ha voluto accompagnare il suo papà. Un bambino vivace e socievole, dalla sciolta parlantina che ci intrattiene per gran parte del viaggio di ritorno prima di cadere tra le braccia di Morfeo, cullato dal movimento del mezzo e dal tepore del sole. E non è il solo!! ;-)

martedì 22 gennaio 2013

Domenica 20 gennaio

Sta piovigginando (o sono già le prime ‘faville’ di nevischio?) quando esco nell’oscurità delle ore 6.45 di domenica 20 gennaio, con tutto il mio carico da montanara, per raggiungere l’auto del Presidente Paolo (più consorte Silvana, più Carla B., più Ozam, l’amico turco) che ci porterà al consueto punto di partenza.
Sì, il mio caro marito è ancora in fase di ‘quiescenza’ alpinistica e sta dormendo il sonno del giusto nel talamo di casa, mentre noi, in stretta intimità…. automobilistica, arriviamo al lungadige Monte Grappa, dove già numeroso e pressoché al completo è il gruppo dei partenti.
-Manca el pulman!!- si lamenta il pessimista di turno.
-Calma, l’ariverà…- ribatte qualcun altro.
E il potente mezzo, infatti, si profila quasi per incanto all’orizzonte, condotto, come ormai d’abitudine, dal giovane Orazio che si presenta anch’egli ben munito contro i rigori invernali, con tanto di sciarpone e berrettone che lo rendono quasi irriconoscibile.
Poi, fatto l’appello, tutti a bordo e si parte vero l’odierna meta, quest’oggi oltreconfine, nell’ignota (per me, almeno) austriaca vallata della (o dello?) Schmirn.
-E te g’hai el document, che doven ‘nar a l’estero?- mi chiede un amico ‘curioso’.
-Azz, la carta de identità!!-
No, non ce l’ho…
E grigio incontriamo lungo il percorso, grigio a Bolzano, grigio a Bressanone e poi a Vipiteno e grigio al passo del Brennero, anche se si leva qualche voce ‘ottimista’ (ché, alla Sat, l’ottimismo è una virtù diffusa, capace di vedere il raggio di sole al di là di coltri di nere nubi ‘spesse’ un km… ;-) ).
-El sol! Vegn fòra anca el sol!!-
In effetti, tra il grigiore che ricopre il cielo sopra di noi, laggiù in fondo, in fondo (probabilmente sopra Monaco di Baviera.. ;-) ) si apre un minimo spiraglio… più chiaro. Piccolo, piccolissimo, ma regala quella speranza che, come ben si sa, è sempre l’ultima a morire.
E con questa rosea prospettiva, il gruppo dei 44 escursionisti, diviso pressappoco a metà tra sciatori e ‘ciaspolari’ si mette in marcia, fatta la doverosa prova Arva, risalendo in serpeggiante fila indiana l’erto pendio che diparte dal paesino di Schmirn. Un passo dopo l’altro, con una prima sosta per alleggerire il vestiario e poi, di nuovo, su nel bosco per un lungo tratto, quindi su ampi spazi aperti dove la neve è abbondante e polverosa. Ora il gruppo si è frazionato in tutta una serie di segmenti e, mentre i piè veloci sono già lontani, io risalgo con la dovuta calma, lasciando a Silvana, che mi precede di un centinaio di metri, l’onere di decidere quando interrompere l’ascesa e riprendere la via del ritorno. E così, su e su, nel biancore quasi irritante e con gli occhiali che si appannano, mentre penso che gran parte di questo tragitto lo dovrò ripercorrere in discesa (ahimè), quando ad un tratto squilla il mio cellulare. Sarà Silvana, penso, intenta nelle molteplici operazioni di recupero del ‘mobile-phone’, che, come spesso accade, pare disperso in qualche anfratto dello zaino. Eccolo!
-Pronto?-
No, non è Silvana, ma è il consorte che desidera sapere come sia il tempo qui, in terra austriaca.
-A Trent, gh’è ‘na bufera del neve…- mi ragguaglia.
-Qui no, è grigio e coperto, anzi, si sta levando anche un po’ di foschia, ma neve, niente… No, scusa un attimo… el scominzia a fiocar anca qua…-
Eh già, sta cominciando a nevicare!! Altro che sole in arrivo!! E la Silvana, quando si fermerà??
La Silvana è ormai a due passi dalla cima che vedo anch’io, dal mio luogo di sosta (temporanea), il Rauher Kopf, con la sua brava croce sommitale.
-Mancheranno 25 metri- mi sollecita Carla B., che nel frattempo mi ha raggiunto.
25? O 50, come sostiene Ezio, anch’egli ora nei pressi.
25 o 50, faccio l’ultimo sforzo, mentre le campane del paesino, laggiù in fondo alla vallata, rintoccano il mezzogiorno e, passo dopo passo mi inerpico sul ripido (assai) versante, senza pensare al ‘dopo’ (=discesa) ed eccomi alla forcella sotto la cima.
Intanto gran parte dei compagni ha già preso la via del ritorno, gli sciatori con ampi zig zag, sollevando nugoli di neve polverosa e i ‘ciaspolari’ seguendo tracce più ‘obbligate’, qualcuno paventando il rischio di pericolosi smottamenti.
Bello, ci mancherebbe solo una valanga!!
Così dimentico i dieci metri che mi separano dalla croce (tra l’altro adesso c’è nebbiolina che impedisce qualsiasi panorama) e con Silvana e altri benemeriti riprendo la strada del ritorno.
Con precauzione estrema, attenta ad ogni passo, sudando tutto il sudabile, gli occhi ben puntati sul terreno, percorro a ritroso la traccia seguita poc’anzi ed è con estremo sollievo che, dopo un tempo che non riuscirei a quantificare, mi ritrovo con Silvana e Serafina sulla strada forestale che, pianeggiante :-D e molto, molto più facile da percorrere, ci conduce verso la frazione di Toldern, dove ritroveremo il pullman e, aspetto non secondario, un grande punto di ristoro, forse l’unico di tutta la zona.
E così facciamo, noi tre signore, sotto un lieve (e quasi fastidioso) nevischio, giungendo alla meta quando le 14.30 sono già battute e ci stavano dando quasi per disperse (in verità ci eravamo fermate all’esterno del locale per mangiare il panino portato da casa, approfittando di una riparata panchetta..).
Ma abbiamo anche noi tutto il tempo di assaporare le proposte della casa, in un’atmosfera amichevole, calda e super-vociante, prima di ripartire, con un certo anticipo, verso l’italico suolo.
Altre due ore (abbondanti) di viaggio con qualche benefico appisolamento, due chiacchiere con Lina, la mia vicina di posto e alcune (personali) riflessioni sul senso dell’andare in montagna e finalmente siamo a Trento, dove la neve, che ha lasciato posto a qualche scroscio di pioggia, ci regala, come benvenuto, un pantano scivoloso…
E vabbè, non si può pretendere tutto dalla vita! ;-)