NON HO PAROLE
lunedì 25 febbraio 2013
venerdì 22 febbraio 2013
Vigilia
Sta finendo, finalmente, questa lunga campagna elettorale, che ci ha regalato
anche stavolta promesse mirabolanti, sussurri e grida, adunate oceaniche, colpi
di scena, in un crescendo (quasi) rossiniano: ancora qualche giorno e poi
sapremo quale sarà il nostro futuro politico.
E quest’oggi, nel tardo pomeriggio, mi sono recata alla ‘festa
elettorale’ della ‘mia’ coalizione che si teneva in via Verdi, a due passi
dalla porta del Duomo. Un palco di modeste dimensioni sul quale stavano suonando
giovani e capaci artisti con un repertorio di musiche trascinanti, dei tavoli
con un piccolo buffet, patatine, salatini, pane e salame, qualche biscotto, il
tutto annaffiato da bevande analcoliche e da un caldo vin brulè, giusto rimedio
al freddo pungente di questa strana giornata di fine febbraio. E tutt’attorno
un gruppo di audaci simpatizzanti (perché ce ne voleva di coraggio nel rimanere
lì ad intirizzire…), pochi a dire il vero, con la presenza di alcuni candidati,
del sindaco, di consiglieri comunali e provinciali, volti noti e gente comune,
tutti speranzosi di un vicino cambiamento…
Alle 18 precise, sul palco è salito Dario Vergassola che, con una
serie di battute spiritose, ‘sparate’ a raffica, ha fatto ridere di gusto il
pubblico, compresi i tre candidati, che avevano preso posto accanto a lui. E a
loro tre è toccato il compito di chiudere l’incontro, con discorsi brevi e concreti,
di buon senso e senza slogan ad effetto. Una boccata di aria fresca, seguita da
un applauso sentito. Infine, infreddolita come quasi mai successo prima in
questa stagione, ma con l’animo sollevato e con una maggiore fiducia in un
risultato positivo, me ne sono tornata a casa, verso il tepore domestico e….
verso una calda minestra ;-)
Adesso non rimane che attendere il responso dell’urna: tra cavalieri
pitturati e liftati, novelli messia strepitanti, ‘tecnici’ diventati
loquacemente inarrestabili e tutta una varietà di tipologie umane, io confido
ancora nell’usato sicuro. E pazienza se, grazie all’ottima legge elettorale
vigente, mi sono dovuta comperare una maxi molletta per votare un candidato al
senato che mai avrei voluto. Facciamolo per la coalizione, come mi ha detto
stasera un esponente del partito. Ancora una volta, facciamolo. Con la speranza
che sia anche l’ultima….
sabato 16 febbraio 2013
Sabato 16 febbraio
E’ finita un’altra settimana, cominciata con la
notizia-bomba delle dimissioni del papa e conclusasi con la pioggia
‘meteoritica’ in terra di Russia e lo scampato scontro con un asteroide
impazzito (per un prossimo ‘incontro ravvicinato’ dovremo attendere il 2029… e
chissà se a quel tempo sarò ancora qui, su questi schermi…).
E nel frattempo abbiamo chiuso con carnevali e commerciali feste di santi veri o presunti, di quelle che a noi passano un po’ alte sopra la testa (come quelle di papà, mamme, nonne, zie e compagnia cantante), abbiamo affrontato la ‘grande nevicata’, che si è rivelata, grazie al cielo, una precipitazione contenuta e senza conseguenze (eccezion fatta per l’amica A., che ha ‘usufruito’ di brusco scivolone con dolorosa caduta) e abbiamo seguito il festival di Sanremo, giusto perché preventivamente esecrato da-colui-che-preferisco-non-nominare e che ci allieta quotidianamente o quasi con le sue political-facezie.
Ed è pure cominciata la quaresima, ma non il virtuoso periodo che ‘qualcuno’ si era solennemente riproposto, più, a dir il vero, per motivi dietetici che non religiosi. Ogni giorno si apre con buoni propositi, prontamente dimenticati all’ora di pranzo, perché lo spirito sarà anche forte, ma è la carne ad essere debole…
Domani, comunque, è un altro giorno…
E nel frattempo abbiamo chiuso con carnevali e commerciali feste di santi veri o presunti, di quelle che a noi passano un po’ alte sopra la testa (come quelle di papà, mamme, nonne, zie e compagnia cantante), abbiamo affrontato la ‘grande nevicata’, che si è rivelata, grazie al cielo, una precipitazione contenuta e senza conseguenze (eccezion fatta per l’amica A., che ha ‘usufruito’ di brusco scivolone con dolorosa caduta) e abbiamo seguito il festival di Sanremo, giusto perché preventivamente esecrato da-colui-che-preferisco-non-nominare e che ci allieta quotidianamente o quasi con le sue political-facezie.
Ed è pure cominciata la quaresima, ma non il virtuoso periodo che ‘qualcuno’ si era solennemente riproposto, più, a dir il vero, per motivi dietetici che non religiosi. Ogni giorno si apre con buoni propositi, prontamente dimenticati all’ora di pranzo, perché lo spirito sarà anche forte, ma è la carne ad essere debole…
Domani, comunque, è un altro giorno…
P.S. Il 16 febbraio non è un giorno qualsiasi, ma
è l’anniversario del nostro primo appuntamento, avvenuto ben 39 anni fa. Era un
sabato anche quel 16 febbraio del 1974 (e se qualcuno fosse interessato a
ripercorrere quella lontanissima giornata, eccolo qui. (Non sono riuscita a
mettere il link, quindi, eccolo tutt’intero…)
Il giovanotto
telefonò circa alle 14 del venerdì 15 febbraio.
-Vieni a mangiare una pizza domani sera?-
Non finsi neppure di consultare un’inesistente agenda degli impegni e la mia risposta fu immediata. Certamente sarei andata. C’erano dubbi?
-Sì, volentieri-
Ci accordammo così per ora e luogo dell’incontro e per tutto il pomeriggio e la giornata successiva, non riuscii a non pensare all’appuntamento. Andai perfino dalla parrucchiera, per una veloce piega, in modo da presentarmi al meglio e scelsi con cura l’abbigliamento. Oddio, non che avessi una gran scelta, una povera maestrina di doposcuola che guadagnava giusto due lire, non aveva certo armadi di grande spessore. Non ascoltai neppure i consigli dell’allora amica L, con la quale mi ero incontrata qualche ora prima dell’Evento.
-Non illuderti- mi aveva ripetuto, (quasi un mantra quelle due parole) -tanto è anche più giovane di te- (o almeno così credeva, essendo stata in classe con la di lui sorella…)
E venne l’ora. Il luogo scelto dal giovanotto per quel primo incontro fu una pizzeria, oggi non più attiva, nel centro di Trento, dove prendemmo posto ad un tavolo d’angolo. Il giovanotto mi parve più bello che mai, con quei capelli sottili e un po’ lunghi che gli scendevano sulla fronte, lo sguardo franco e sorridente, che mi guardava come se fossi unica. Indossava un maglione di casalinga fattura, a righe dai colori alternati, blu quelle più larghe, rosso tenue e beige le più sottili e altro non ricordo del suo abbigliamento. Certo, non posso dimenticare il montgomery nocciola, dagli ampi alamari e con cappuccio un po’ fratesco, che lo accompagnò per qualche inverno e che poi finì nelle profondità di qualche armadio della casa paterna.
Ordinammo. Io, una pizza di qualche tipo, lui un piatto di insalata di riso. E parlammo, in attesa delle pietanze, mentre mangiavamo, dopo mangiato. Parlammo soprattutto di noi stessi, parole leggere e scelte con cura, parole per conoscerci. Scoprii che l’amica L. mi aveva parlato del “fratello sbagliato” della compagna, essendo il giovanotto più vecchio di me di due anni, che era il primogenito di sette figli, che sbarcava il lunario arrabattandosi con lavoretti di ogni genere mentre finiva la facoltà di sociologia. Scoprii che aveva girato mezza Europa in autostop, che era stato in Sud America per lavorare alcuni mesi in una missione, che era stato per anni negli scout, e più parlava, più capivo quanto fosse in gamba.
Ma, nello stesso tempo cominciai ad essere assillata da un dilemma: che fare, al momento del conto? Lasciar pagare lui o fare alla romana? Avevo appena saputo che di soldi non doveva averne più di tanti, non che fossi “ricca” io, ma alla fine di ogni mese, almeno fino alla fine di maggio, quei quattro soldi mi sarebbero entrati in tasca. Non avrei però voluto che si offendesse se avessi chiesto di dividere il conto… Del resto allora era normale che fossero i cavalieri a pagare le consumazioni, ma non potevo neppure far finta di niente e lasciargli l’onore e l’onere di offrirmi la pizza, sapendo che ….
Insomma, gira e rigira, era un bel problema….
-Andiamo?-
-Certo-
Ci alzammo, indossammo i nostri cappotti e ci avviammo verso la cassa. Il giovanotto davanti ed io dietro di lui.
-Duemila lire- disse la cassiera. Lui trasse il portafoglio di tasca, estrasse una banconota da diecimila lire e pagò. Prese il resto e lo stava riponendo, quando io gli allungai mille lire. La mia parte.
-Mi pare che … questa sia…. la mia parte…-
-Sì, grazie- e lui le prese.
Le prese e le ripose insieme alle altre, mentre io esalavo un silenzioso sospiro di sollievo. L’istinto mi aveva suggerito la mossa giusta.
Qualche mese più tardi, una sera il giovanotto mi disse che quel mio gesto gli aveva fatto capire che potevo essere la ragazza “giusta” per lui, compatibile cioè con le sue finanze. Ed io allora pensai ai casi della vita, a come il destino possa dipendere da fatti così semplici e banali. Mille lire!! “Conquistato” con mille lire!
-Vieni a mangiare una pizza domani sera?-
Non finsi neppure di consultare un’inesistente agenda degli impegni e la mia risposta fu immediata. Certamente sarei andata. C’erano dubbi?
-Sì, volentieri-
Ci accordammo così per ora e luogo dell’incontro e per tutto il pomeriggio e la giornata successiva, non riuscii a non pensare all’appuntamento. Andai perfino dalla parrucchiera, per una veloce piega, in modo da presentarmi al meglio e scelsi con cura l’abbigliamento. Oddio, non che avessi una gran scelta, una povera maestrina di doposcuola che guadagnava giusto due lire, non aveva certo armadi di grande spessore. Non ascoltai neppure i consigli dell’allora amica L, con la quale mi ero incontrata qualche ora prima dell’Evento.
-Non illuderti- mi aveva ripetuto, (quasi un mantra quelle due parole) -tanto è anche più giovane di te- (o almeno così credeva, essendo stata in classe con la di lui sorella…)
E venne l’ora. Il luogo scelto dal giovanotto per quel primo incontro fu una pizzeria, oggi non più attiva, nel centro di Trento, dove prendemmo posto ad un tavolo d’angolo. Il giovanotto mi parve più bello che mai, con quei capelli sottili e un po’ lunghi che gli scendevano sulla fronte, lo sguardo franco e sorridente, che mi guardava come se fossi unica. Indossava un maglione di casalinga fattura, a righe dai colori alternati, blu quelle più larghe, rosso tenue e beige le più sottili e altro non ricordo del suo abbigliamento. Certo, non posso dimenticare il montgomery nocciola, dagli ampi alamari e con cappuccio un po’ fratesco, che lo accompagnò per qualche inverno e che poi finì nelle profondità di qualche armadio della casa paterna.
Ordinammo. Io, una pizza di qualche tipo, lui un piatto di insalata di riso. E parlammo, in attesa delle pietanze, mentre mangiavamo, dopo mangiato. Parlammo soprattutto di noi stessi, parole leggere e scelte con cura, parole per conoscerci. Scoprii che l’amica L. mi aveva parlato del “fratello sbagliato” della compagna, essendo il giovanotto più vecchio di me di due anni, che era il primogenito di sette figli, che sbarcava il lunario arrabattandosi con lavoretti di ogni genere mentre finiva la facoltà di sociologia. Scoprii che aveva girato mezza Europa in autostop, che era stato in Sud America per lavorare alcuni mesi in una missione, che era stato per anni negli scout, e più parlava, più capivo quanto fosse in gamba.
Ma, nello stesso tempo cominciai ad essere assillata da un dilemma: che fare, al momento del conto? Lasciar pagare lui o fare alla romana? Avevo appena saputo che di soldi non doveva averne più di tanti, non che fossi “ricca” io, ma alla fine di ogni mese, almeno fino alla fine di maggio, quei quattro soldi mi sarebbero entrati in tasca. Non avrei però voluto che si offendesse se avessi chiesto di dividere il conto… Del resto allora era normale che fossero i cavalieri a pagare le consumazioni, ma non potevo neppure far finta di niente e lasciargli l’onore e l’onere di offrirmi la pizza, sapendo che ….
Insomma, gira e rigira, era un bel problema….
-Andiamo?-
-Certo-
Ci alzammo, indossammo i nostri cappotti e ci avviammo verso la cassa. Il giovanotto davanti ed io dietro di lui.
-Duemila lire- disse la cassiera. Lui trasse il portafoglio di tasca, estrasse una banconota da diecimila lire e pagò. Prese il resto e lo stava riponendo, quando io gli allungai mille lire. La mia parte.
-Mi pare che … questa sia…. la mia parte…-
-Sì, grazie- e lui le prese.
Le prese e le ripose insieme alle altre, mentre io esalavo un silenzioso sospiro di sollievo. L’istinto mi aveva suggerito la mossa giusta.
Qualche mese più tardi, una sera il giovanotto mi disse che quel mio gesto gli aveva fatto capire che potevo essere la ragazza “giusta” per lui, compatibile cioè con le sue finanze. Ed io allora pensai ai casi della vita, a come il destino possa dipendere da fatti così semplici e banali. Mille lire!! “Conquistato” con mille lire!
lunedì 11 febbraio 2013
Eccomi di nuovo...
-Tutto ok?- mi chiede un’amica di antica data –Sono già
passate due settimane dall’ultimo post..-
Sì, tutto ok, è solo che sono stati giorni densi di ‘cose’
da fare e il tempo corre, anche per i pensionati che in teoria dovrebbero disporne
a piacere (o quasi). L’unico vantaggio di queste giornate ‘affollate’ è la
mancanza di tempo (oltre alla voglia) di seguire la campagna elettorale che ci
delizierà ancora per una decina di giorni o poco più. Non è che ne soffra, tutt’altro,
anche perché alle quotidiane gesta del nostro (la minuscola è d’obbligo) e alle
sue boutade non c’è scampo: da una parte o dall’altra ‘sbucano’ sempre e non si
riesce a rimanerne ignari. E ogni volta, ad ogni mirabolante promessa dello
stesso c’è un sobbalzo del muscolo cardiaco (della sottoscritta) perché, si sa,
i ‘credenti’ a miracolosi (e poco probabili) provvedimenti in stile Lourdes o
Medjugore sono numerosi e il rischio di ritrovarci di nuovo con l’unto al
governo è di quelli che possono far perdere il sonno.
E intanto, nell’attesa delle quotidiane ‘restituzioni’ (io
mi accontenterei di qualche anno in meno, non troppi però, per non essere
rispedita nelle aule patrie ;-)) e di vedere come andrà a finire il 24 e 25, si
va avanti con le consuete attività.
Quest’oggi, per esempio, il consorte ed io siamo usciti di
casa poco dopo le 8.30 e abbiamo raggiunto il piccolo paese di Prissiano, ad
una ventina di km da Merano, da dove, scarponi ai piedi e zaini in spalla,
affrontando impavidi una temperatura di -3°, ci siamo inerpicati lungo sentieri
in gran parte innevati, siamo scesi da scivolosi pendii, abbiamo risalito erte
stradine, con qualche imprevisto fuori programma, nel lodevole intento di
provare il tracciato della prima escursione ‘pedestre’ in programma esattamente
tra un mese. Un’unica sosta seduti su una panchina al sole, a fianco del
portale della medievale chiesetta di St. Jacob per consumare un frugale e
frettoloso spuntino di mezzogiorno, un fortuito e (troppo) ravvicinato ‘incontro’
dell’alta e spaziosa fronte del consorte con un ramo nodoso che sporgeva lungo
il sentiero, del quale l’amato bene porterà per un po’ il segno e infine il
ritorno all’auto prima e verso casa poi, con la decisione di ‘cassare’ l’itinerario,
pensando ad un tragitto in ambiente più idoneo per il periodo. Probabilmente,
infatti, la neve ci sarà anche fra quattro settimane, soprattutto nei punti
meno soleggiati, con il rischio di trovare tratti ghiacciati. E, maggiore
saranno le probabilità, se nei giorni prossimi ci sarà quella che i meteorologi
già stanno chiamando ‘la nevicata perfetta’….
Staremo a vedere.
Io propenderei per l’acquisto di un bene immobile, anche in
qualche capitale europea.
Mi basterebbe anche un monolocale… ;-)
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lunedì 28 gennaio 2013
Sabato, domenica e lunedì
Ultimo weekend di gennaio, freddo e asciutto, in attesa dei
cosiddetti ‘giorni della merla’, quelli che dovrebbero essere i più gelidi di
tutto l’inverno, due giorni trascorsi tra gli impegni, sociali e ‘mondani’ del
sabato e la visita a parenti, preceduta da una passeggiata sulla collina, tanto
per non rimanere ‘abbioccati’ sul divano, della domenica.
Niente di che, insomma, niente escursione sulla neve né
romantiche ‘trasferte’ sul lago di Garda, come avevo ipotizzato in precedenza,
ma momenti tranquilli di ordinaria quotidianità…
Sabato mattina era in programma la ‘Giornata del volontario
Mandacarù’, alla quale avevo aderito con quel pizzico di preoccupazione,
‘eredità’ di tanti (e spesso noiosi) corsi di aggiornamento, per lunghi e
fumosi discorsi che non suscitassero altro se non sbadigli trattenuti. E invece
l’incontro, in una spoglia sala ‘polivalente’ alla periferia della città, si è
rivelato interessante e ricco di spunti di riflessione, con momenti di ascolto
e altri di partecipazione attiva. Numerosi erano i volontari presenti,
rappresentanti delle varie botteghe della provincia, con una netta prevalenza
femminile e un’età media abbastanza elevata e intenso è stato lo scambio di
esperienze e impressioni, che ha avuto il suo ‘clou’ all’ora del pranzo
comunitario, in perfetto stile ‘commercio equo e solidale’, un succulento
couscous, cucinato da due signore nordafricane, seguito da una selezione di
biscottini alle mandorle con dell’ottimo the alla menta, che tutti hanno
mostrato di apprezzare con ripetuti bis.
Nel tardo pomeriggio, invece, abbiamo vissuto il momento
‘mondano’, nella fattispecie la festa per la raggiunta pensione dell’amica
‘Ciofanna’, che ha invitato una quarantina tra amici e parenti con i quali
condividere la gioia per l’agognato traguardo. Nella sala, affittata per
l’occasione, era allestito il buffet, ‘presieduto’ dal figlio minore, mentre il
fratello maggiore, con morosa, si occupava di musica, impianto luci e tutto
quanto richiesto per una buona riuscita del ‘party’. I tre giovani, per
sottolineare l’importante ruolo, indossavano una maglietta-riconoscimento con
la scritta STAFF ERMO, che l’augusta genitrice aveva provveduto ad acquistare.
E la neo-quiescente, guardata con una certa invidia da tutti
coloro che per motivi di ‘prolungata giovinezza’ sono ancora alle prese con
quotidiani impegni lavorativi, ha avuto il suo daffare nell’accogliere gli
ospiti che via via giungevano, nello scartare i regali che man mano le venivano
offerti, in un tourbillon di carte, nastri, fiocchi, biglietti,
nell’intrattenere i presenti, nel coordinare lo staff ermo, fino al momento
culminante del brindisi e del taglio della beneaugurante e maxi torta.
Poi è stata domenica. Ridimensionati i progetti
turistico-salutisti di due passi in altro ambiente, grazie ad un eccesso di ‘pantofolite’
acuta del compagno della mia vita, mi sono accontentata di una passeggiata in
collina (fin lì, posso venire- ha sostenuto l’amato bene)… a tre, dato che c’è
anche la fidata macchina fotografica con noi, con la successiva visita, per
concludere la giornata, alle rispettive madri, due ‘giovinette’ ottantaseienni,
con qualche acciacco la mia, più arzilla, anzi arzillissima, l’altra che di
certo confida di uguagliare, se non superare, la compianta Rita Levi-Montalcini
;-).
Stasera, infine, dopo i consueti appuntamenti del lunedì,
compresa una sessione di ‘stira e ammira’, mi ritrovo, davanti alla televisione
che trasmette il film ‘Vento di primavera’, sulla deportazione degli ebrei di
Parigi nel 1942, a riflettere sulla banalità del male e a chiedermi come sia
possibile che l’uomo sia capace di tanta crudeltà.
E, vedendo il ruolo avuto dalla polizia del governo
collaborazionista di Vichy, chissà se in Francia ci sarà qualcuno pronto a sostenere
che, qualcosa di buono, l’avrà sicuramente fatto anche il maresciallo Petain…
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giovedì 24 gennaio 2013
La penna d'oro dell'angelo
Io, da bambina, non sono certo stata una ‘figlia modello’,
almeno secondo i canoni di cinquant’anni fa e oltre (oggi sarei considerata una
fanciulla quasi esemplare ;-)): troppo vivace, troppo estroversa, ciarliera,
disordinata, poco obbediente. Del tutto diversa da quella tale Paola, mia
compagna di classe alle elementari, che la mia mamma mi portava spesso ad
esempio: posata, silenziosa, ordinata, responsabile. Paola che usciva al
mattino e tornava a mezzogiorno da scuola con il grande fiocco rosso intatto e sempre
ben posizionato al centro della testa, Paola che non si sporcava né
stropicciava gli abiti, che stava seduta composta nel suo banco, che non
chiacchierava durante le lezioni, che obbediva alla mamma, alla maestra, al
catechista. Paola, in altre parole, la bambina modello, agli antipodi di quella
che ero io allora.
E accanto alla frequente citazione di quella compagna
giudiziosa alla quale avrei dovuto assomigliare, c’era anche la narrazione di esempi
di obbedienza filiale, premiati da soprannaturali figure alate, come nel caso
di quella certa bambina, vissuta chissà quando e chissà dove, che, avendo
immediatamente interrotto lo svolgimento del compito che stava completando, per
rispondere ad una chiamata materna, si era ritrovata la parola, lasciata a
metà, completata a lettere d’oro, nientemeno che da un angelo (o arcangelo)
direttamente inviato dal cielo. Miracolo che a me, ovviamente, non sarebbe mai
accaduto, essendo, diciamo così, assai meno dotata di simile virtù. E menomale,
pensavo io, ché una parola metà nera di inchiostro e metà d’oro zecchino non
sarebbe stata, esteticamente, il massimo, senza parlare di quello che avrebbe
poi detto la maestra, a scuola…
E la storia dell’angelo con la sua penna d’oro mi è tornata
alla mente questo pomeriggio quando, intenta com’ero a ‘spadellare’ in un
improvviso moto ‘culinario’ ho rivolto al consorte che sedeva ben fermo davanti
al computer, la richiesta di mettere sullo stereo un qualche cd.
-Metti su un po’ di musica, Paolo…-
Il silenzio ha continuato a regnare sovrano in casa per i
successivi cinque, dieci, quindici minuti (se non oltre), finché…
-Anche a ti, Paolo, l’angelo no l’ t’avrìa scrit la parola
con le lettere d’oro…-
-Chi? Cossa? L’angelo? Qual angelo?- si è finalmente
riscosso il consorte, alzandosi e appropinquandosi al moderno strumento
tecnologico.
-L’angelo? Le lettere d’oro? E’ che io impiego un po’ a recepire
i messaggi…-
Eh sì, caro il mio marito, in fatto di penne magiche e
lettere d’oro, in casa nostra l’angelo sarebbe rimasto disoccupato!!
martedì 22 gennaio 2013
Domenica 20 gennaio
Sta piovigginando (o sono già le prime ‘faville’
di nevischio?) quando esco nell’oscurità delle ore 6.45 di domenica 20 gennaio,
con tutto il mio carico da montanara, per raggiungere l’auto del Presidente
Paolo (più consorte Silvana, più Carla B., più Ozam, l’amico turco) che ci
porterà al consueto punto di partenza.
Sì, il mio caro marito è ancora in fase di ‘quiescenza’ alpinistica e sta dormendo il sonno del giusto nel talamo di casa, mentre noi, in stretta intimità…. automobilistica, arriviamo al lungadige Monte Grappa, dove già numeroso e pressoché al completo è il gruppo dei partenti.
-Manca el pulman!!- si lamenta il pessimista di turno.
-Calma, l’ariverà…- ribatte qualcun altro.
E il potente mezzo, infatti, si profila quasi per incanto all’orizzonte, condotto, come ormai d’abitudine, dal giovane Orazio che si presenta anch’egli ben munito contro i rigori invernali, con tanto di sciarpone e berrettone che lo rendono quasi irriconoscibile.
Poi, fatto l’appello, tutti a bordo e si parte vero l’odierna meta, quest’oggi oltreconfine, nell’ignota (per me, almeno) austriaca vallata della (o dello?) Schmirn.
-E te g’hai el document, che doven ‘nar a l’estero?- mi chiede un amico ‘curioso’.
-Azz, la carta de identità!!-
No, non ce l’ho…
E grigio incontriamo lungo il percorso, grigio a Bolzano, grigio a Bressanone e poi a Vipiteno e grigio al passo del Brennero, anche se si leva qualche voce ‘ottimista’ (ché, alla Sat, l’ottimismo è una virtù diffusa, capace di vedere il raggio di sole al di là di coltri di nere nubi ‘spesse’ un km…
).
-El sol! Vegn fòra anca el sol!!-
In effetti, tra il grigiore che ricopre il cielo sopra di noi, laggiù in fondo, in fondo (probabilmente sopra Monaco di Baviera..
) si apre un minimo spiraglio… più chiaro. Piccolo, piccolissimo, ma
regala quella speranza che, come ben si sa, è sempre l’ultima a morire.
E con questa rosea prospettiva, il gruppo dei 44 escursionisti, diviso pressappoco a metà tra sciatori e ‘ciaspolari’ si mette in marcia, fatta la doverosa prova Arva, risalendo in serpeggiante fila indiana l’erto pendio che diparte dal paesino di Schmirn. Un passo dopo l’altro, con una prima sosta per alleggerire il vestiario e poi, di nuovo, su nel bosco per un lungo tratto, quindi su ampi spazi aperti dove la neve è abbondante e polverosa. Ora il gruppo si è frazionato in tutta una serie di segmenti e, mentre i piè veloci sono già lontani, io risalgo con la dovuta calma, lasciando a Silvana, che mi precede di un centinaio di metri, l’onere di decidere quando interrompere l’ascesa e riprendere la via del ritorno. E così, su e su, nel biancore quasi irritante e con gli occhiali che si appannano, mentre penso che gran parte di questo tragitto lo dovrò ripercorrere in discesa (ahimè), quando ad un tratto squilla il mio cellulare. Sarà Silvana, penso, intenta nelle molteplici operazioni di recupero del ‘mobile-phone’, che, come spesso accade, pare disperso in qualche anfratto dello zaino. Eccolo!
-Pronto?-
No, non è Silvana, ma è il consorte che desidera sapere come sia il tempo qui, in terra austriaca.
-A Trent, gh’è ‘na bufera del neve…- mi ragguaglia.
-Qui no, è grigio e coperto, anzi, si sta levando anche un po’ di foschia, ma neve, niente… No, scusa un attimo… el scominzia a fiocar anca qua…-
Eh già, sta cominciando a nevicare!! Altro che sole in arrivo!! E la Silvana, quando si fermerà??
La Silvana è ormai a due passi dalla cima che vedo anch’io, dal mio luogo di sosta (temporanea), il Rauher Kopf, con la sua brava croce sommitale.
-Mancheranno 25 metri- mi sollecita Carla B., che nel frattempo mi ha raggiunto.
25? O 50, come sostiene Ezio, anch’egli ora nei pressi.
25 o 50, faccio l’ultimo sforzo, mentre le campane del paesino, laggiù in fondo alla vallata, rintoccano il mezzogiorno e, passo dopo passo mi inerpico sul ripido (assai) versante, senza pensare al ‘dopo’ (=discesa) ed eccomi alla forcella sotto la cima.
Intanto gran parte dei compagni ha già preso la via del ritorno, gli sciatori con ampi zig zag, sollevando nugoli di neve polverosa e i ‘ciaspolari’ seguendo tracce più ‘obbligate’, qualcuno paventando il rischio di pericolosi smottamenti.
Bello, ci mancherebbe solo una valanga!!
Così dimentico i dieci metri che mi separano dalla croce (tra l’altro adesso c’è nebbiolina che impedisce qualsiasi panorama) e con Silvana e altri benemeriti riprendo la strada del ritorno.
Con precauzione estrema, attenta ad ogni passo, sudando tutto il sudabile, gli occhi ben puntati sul terreno, percorro a ritroso la traccia seguita poc’anzi ed è con estremo sollievo che, dopo un tempo che non riuscirei a quantificare, mi ritrovo con Silvana e Serafina sulla strada forestale che, pianeggiante
e molto, molto più facile da percorrere, ci conduce verso la frazione
di Toldern, dove ritroveremo il pullman e, aspetto non secondario, un grande
punto di ristoro, forse l’unico di tutta la zona.
E così facciamo, noi tre signore, sotto un lieve (e quasi fastidioso) nevischio, giungendo alla meta quando le 14.30 sono già battute e ci stavano dando quasi per disperse (in verità ci eravamo fermate all’esterno del locale per mangiare il panino portato da casa, approfittando di una riparata panchetta..).
Ma abbiamo anche noi tutto il tempo di assaporare le proposte della casa, in un’atmosfera amichevole, calda e super-vociante, prima di ripartire, con un certo anticipo, verso l’italico suolo.
Altre due ore (abbondanti) di viaggio con qualche benefico appisolamento, due chiacchiere con Lina, la mia vicina di posto e alcune (personali) riflessioni sul senso dell’andare in montagna e finalmente siamo a Trento, dove la neve, che ha lasciato posto a qualche scroscio di pioggia, ci regala, come benvenuto, un pantano scivoloso…
E vabbè, non si può pretendere tutto dalla vita!
Sì, il mio caro marito è ancora in fase di ‘quiescenza’ alpinistica e sta dormendo il sonno del giusto nel talamo di casa, mentre noi, in stretta intimità…. automobilistica, arriviamo al lungadige Monte Grappa, dove già numeroso e pressoché al completo è il gruppo dei partenti.
-Manca el pulman!!- si lamenta il pessimista di turno.
-Calma, l’ariverà…- ribatte qualcun altro.
E il potente mezzo, infatti, si profila quasi per incanto all’orizzonte, condotto, come ormai d’abitudine, dal giovane Orazio che si presenta anch’egli ben munito contro i rigori invernali, con tanto di sciarpone e berrettone che lo rendono quasi irriconoscibile.
Poi, fatto l’appello, tutti a bordo e si parte vero l’odierna meta, quest’oggi oltreconfine, nell’ignota (per me, almeno) austriaca vallata della (o dello?) Schmirn.
-E te g’hai el document, che doven ‘nar a l’estero?- mi chiede un amico ‘curioso’.
-Azz, la carta de identità!!-
No, non ce l’ho…
E grigio incontriamo lungo il percorso, grigio a Bolzano, grigio a Bressanone e poi a Vipiteno e grigio al passo del Brennero, anche se si leva qualche voce ‘ottimista’ (ché, alla Sat, l’ottimismo è una virtù diffusa, capace di vedere il raggio di sole al di là di coltri di nere nubi ‘spesse’ un km…
-El sol! Vegn fòra anca el sol!!-
In effetti, tra il grigiore che ricopre il cielo sopra di noi, laggiù in fondo, in fondo (probabilmente sopra Monaco di Baviera..
E con questa rosea prospettiva, il gruppo dei 44 escursionisti, diviso pressappoco a metà tra sciatori e ‘ciaspolari’ si mette in marcia, fatta la doverosa prova Arva, risalendo in serpeggiante fila indiana l’erto pendio che diparte dal paesino di Schmirn. Un passo dopo l’altro, con una prima sosta per alleggerire il vestiario e poi, di nuovo, su nel bosco per un lungo tratto, quindi su ampi spazi aperti dove la neve è abbondante e polverosa. Ora il gruppo si è frazionato in tutta una serie di segmenti e, mentre i piè veloci sono già lontani, io risalgo con la dovuta calma, lasciando a Silvana, che mi precede di un centinaio di metri, l’onere di decidere quando interrompere l’ascesa e riprendere la via del ritorno. E così, su e su, nel biancore quasi irritante e con gli occhiali che si appannano, mentre penso che gran parte di questo tragitto lo dovrò ripercorrere in discesa (ahimè), quando ad un tratto squilla il mio cellulare. Sarà Silvana, penso, intenta nelle molteplici operazioni di recupero del ‘mobile-phone’, che, come spesso accade, pare disperso in qualche anfratto dello zaino. Eccolo!
-Pronto?-
No, non è Silvana, ma è il consorte che desidera sapere come sia il tempo qui, in terra austriaca.
-A Trent, gh’è ‘na bufera del neve…- mi ragguaglia.
-Qui no, è grigio e coperto, anzi, si sta levando anche un po’ di foschia, ma neve, niente… No, scusa un attimo… el scominzia a fiocar anca qua…-
Eh già, sta cominciando a nevicare!! Altro che sole in arrivo!! E la Silvana, quando si fermerà??
La Silvana è ormai a due passi dalla cima che vedo anch’io, dal mio luogo di sosta (temporanea), il Rauher Kopf, con la sua brava croce sommitale.
-Mancheranno 25 metri- mi sollecita Carla B., che nel frattempo mi ha raggiunto.
25? O 50, come sostiene Ezio, anch’egli ora nei pressi.
25 o 50, faccio l’ultimo sforzo, mentre le campane del paesino, laggiù in fondo alla vallata, rintoccano il mezzogiorno e, passo dopo passo mi inerpico sul ripido (assai) versante, senza pensare al ‘dopo’ (=discesa) ed eccomi alla forcella sotto la cima.
Intanto gran parte dei compagni ha già preso la via del ritorno, gli sciatori con ampi zig zag, sollevando nugoli di neve polverosa e i ‘ciaspolari’ seguendo tracce più ‘obbligate’, qualcuno paventando il rischio di pericolosi smottamenti.
Bello, ci mancherebbe solo una valanga!!
Così dimentico i dieci metri che mi separano dalla croce (tra l’altro adesso c’è nebbiolina che impedisce qualsiasi panorama) e con Silvana e altri benemeriti riprendo la strada del ritorno.
Con precauzione estrema, attenta ad ogni passo, sudando tutto il sudabile, gli occhi ben puntati sul terreno, percorro a ritroso la traccia seguita poc’anzi ed è con estremo sollievo che, dopo un tempo che non riuscirei a quantificare, mi ritrovo con Silvana e Serafina sulla strada forestale che, pianeggiante
E così facciamo, noi tre signore, sotto un lieve (e quasi fastidioso) nevischio, giungendo alla meta quando le 14.30 sono già battute e ci stavano dando quasi per disperse (in verità ci eravamo fermate all’esterno del locale per mangiare il panino portato da casa, approfittando di una riparata panchetta..).
Ma abbiamo anche noi tutto il tempo di assaporare le proposte della casa, in un’atmosfera amichevole, calda e super-vociante, prima di ripartire, con un certo anticipo, verso l’italico suolo.
Altre due ore (abbondanti) di viaggio con qualche benefico appisolamento, due chiacchiere con Lina, la mia vicina di posto e alcune (personali) riflessioni sul senso dell’andare in montagna e finalmente siamo a Trento, dove la neve, che ha lasciato posto a qualche scroscio di pioggia, ci regala, come benvenuto, un pantano scivoloso…
E vabbè, non si può pretendere tutto dalla vita!
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