mercoledì 16 ottobre 2013

Di riscaldamento e di dolci...

Tra le motivazioni addotte dall’amministratore condominiale sulla ritardata accensione del riscaldamento (il nostro era l’unico ‘palazzo’ al freddo tra tanti edifici a noi vicini con camini fumanti) c’è stato il timore di lamentanze di quegli inquilini che ritengono di pagare una bolletta energetica troppo elevata.
Ma che bella pensata, ho riflettuto, partorita sicuramente da menti eccelse. Perché avremo sicuramente risparmiato, con i termosifoni spenti, una cifra X, ma nel contempo abbiamo altrettanto sicuramente speso una cifra Y, pari se non superiore, per attivare forme alternative di riscaldamento. Come la signorina Adele, inquilina del quarto piano, che, mi ha spiegato, ha tenuto accesa per tutta la domenica una stufetta elettrica. Solo così, ha aggiunto, è riuscita ad avere una temperatura accettabile, attorno ai 19 gradi.
Insomma, per dirla alla trentina ‘el tegn dala spina e ‘l mola dal borom’, proverbio di origine contadina, che, usando un gergo da cantina riferito alle botti, si ‘applica’ a colui che guarda le piccolezze e poi non vede la ‘catastrofe’.
Da parte nostra, invece, essendo sprovvisti di qualsiasi mezzo alternativo (‘dovente alora procurarne dele stufete?’ ha chiesto ironicamente il consorte al citato amministratore), siamo ricorsi al forno elettrico, tanto per stemperare un po’ (‘fra ‘n po’ me toca meter le man en tel forno, per scaldarle..’). Ed è stato allora, lunedì nel tardo pomeriggio, che ho deciso, vista la situazione, di ‘far di necessità virtù’ e, giusto per utilizzare a scopi più adeguati il forno in attività, di impastare in quattro e quattr’otto una casalinga torta della serie ‘su e via’, con quegli ingredienti che comunemente si trovano nelle dispense.
Detto e fatto, ho sbattuto tre uova intere con una quantità di zucchero bianco di circa 75/80 grammi, quella cioè contenuta in un vasetto (usato come misurino) dello yogurt più una bella cucchiaiata di zucchero grezzo e una bustina di quello vaniglinato, tanto per non fare torto a nessuno e, quando il composto è stato ben montato e spumeggiante, ho aggiunto circa mezzo vasetto di olio di semi. Di mais, quello che tengo in casa solo per i dolci, perché l’extravergine risulta troppo forte. Poi, a seguire, un vasetto di yogurt, magro, perché avevo solo quello e un tre etti e mezzo tra farina e fecola (50 grammi) più la solita bustina di lievito per dolci, senza comunque dimenticare un pizzico di sale, che, si dice, vada sempre bene…
A questo punto ho sbucciato e tagliato a piccoli pezzi due pere abate (andrebbe bene qualsiasi altra varietà, naturalmente) che ho aggiunto all’impasto, concludendo con una manciatina di uvetta, precedentemente lavata, asciugata e infarinata.
Quindi non mi è rimasto che versare il tutto in uno stampo (abbastanza grande) da plum-cake, ché io ho molta simpatia per torte di questa forma, ovviamente imburrato e infarinato e infilare il tegame in forno, che, come si può immaginare, era già bello caldo (180°). 50 minuti di cottura ed ecco qui il mio ‘prodotto’, lievitato al punto giusto con una bella superficie brunita e con le giuste ‘screpolature’.
E, last but not least, veramente buono, come ha confermato l’amato bene, notoriamente non ‘di bocca buona’, ma talora critico (ovviamente per il mio bene, come ci tiene a precisare) e come è stato dimostrato dalla veloce… ‘decrescita’ del dolce….
Lo scoprire, poi, che i termosifoni cominciavano a rilasciare un modesto, ma gradito tepore ha contribuito ad allietare la serata, facendoci capire che, a volte, per essere contenti ci vuole davvero poco…
 
Anche stamattina mi sono dedicata alla pasticceria da forno, in una variante del mio natalizio plum-cake all’arancia che, in assenza di arance non trattate, non ancora disponibili nel vicino negozio di prodotti biologici, è diventato un dolce agli agrumi in generale. Ho infatti grattugiato la buccia di limoni ‘doc’ e ho spremuto un paio degli stessi, con l’unica arancia ‘normale’ presente in casa, utilizzando infine dei canditi di agrumi ‘misti’ di sicula e controllata provenienza che non sapevo come finire.
Te voi vederme grass, ha commentato il consorte vedendo in forno ben due stampi da plum-cake.
No, caro, gli ho risposto, non sono per te… Uno è per mio fratello che domani compirà gli anni e l’altro… L’altro, vederen con chi dividerlo…
Quindi, se qualcuno fosse da queste parti, si faccia avanti: una fettina di plum-cake è pronta per la degustazione. E un the o un caffè sono sempre disponibili…    
 

giovedì 26 settembre 2013

Namibia 3

Martedì 24 settembre
Ci alziamo ancor prima dell’alba, perché ci attende anche quest’oggi una lunga e intensa giornata, con la visita al Sossuslvei Park e alle sue dune di sabbia, tra le più alte e più vecchie del mondo (o almeno così recita la guida…) e quando le prime luci del giorno si alzano ad illuminare il paesaggio, regalandoci scenari di bellezza unica, siamo già in viaggio da un buon quarto d’ora.
Il nostro autista (sempre il consorte) procede a buona velocità lungo la pista sterrata, ma ciò nonostante viene continuamente superato da altri autoveicoli, compreso un pullman turistico, che ogni volta sollevano un tale nugolo di polvere nel quale viaggiamo ovattati per decine e decine di metri. Poi, eccoci a Sesriem, ai cancelli del parco, giusto in tempo per l’apertura che avviene una decina di minuti prima delle sette, quando un solerte addetto controlla il permesso d’entrata già pagato, prende nota delle caratteristiche del veicolo, del numero dei trasportati e perfino del nome del guidatore prima di dare l’ok all’ingresso.
Ci immettiamo pertanto sulla rettilinea strada asfaltata (l’asfalto, che sollievo!!) che per circa 70 km attraversa il parco, ma non abbiamo percorso che pochi km quando l’imprevisto ci blocca: uno strano rumore della ruota anteriore sinistra e la triste scoperta di aver bucato. Non ci resta che cambiare il pneumatico lesionato, operazione che il team di tre validi meccanici porta a termine in un breve lasso di tempo e che ci permette di riprendere il tour (ne vedremo degli altri, di veicoli fermi a seguito di simile disavventura) e di godere della straordinaria bellezza del luogo.
Qualche sosta per permettere ai nostri fotografi di immortalare vedute e ‘residenti’, nella fattispecie numerosi struzzi che camminano impettiti e indifferenti all’umana presenza ed eccoci alla rossa duna 45, la più celebre e la più accessibile della zona. Si può arrivare, infatti, in auto fino alla sua base, accanto ad alcuni maestosi alberi dai tronchi contorti, e di qui, seguendo una stretta traccia, risalire fino alla sommità, 150 metri al di sopra della pianura circostante. E qui ci si sente davvero in cima al mondo, con la vastissima spianata laggiù in fondo, dove le auto percorrono minuscole il nastro d’asfalto e tutt’attorno una sfilata di dune dalla sabbia rossastra che si stagliano contro l’azzurro intenso del cielo, ognuna unica e diversa. La più curiosa ha una forma perfettamente triangolare, che la fa paragonare ad un enorme frontone o ad un moderno palcoscenico per il meraviglioso spettacolo della natura.
E poi è il momento degli scatti fotografici, a due, a tre, in gruppo, quindi ci soffermiamo ad osservare la corsa veloce di uno strano insetto e di alcune minuscole lucertole prima di dividere le nostre strade. Sì, perché, mentre Paolo ed Ugo, audaci e instancabili, decidono di raggiungere la sommità della duna susseguente e Renato rimane in postazione per immortalare la conquista della ‘vetta’, Silvana ed io cominciamo a grandi passi la discesa verso il fondovalle. E’ un pendio assai ripido quello che dobbiamo affrontare, ma tutti i miei timori iniziali sono subito fugati nel vedere che la sabbia ‘tiene’ e non c’è alcun rischio di ruzzolare a mo’ di masso; l’unico inconveniente a cui andiamo incontro è il circa mezzo chilo di terra rossa che dobbiamo svuotare da scarpe e calzini, una volta arrivati alla base.
Adesso la successiva meta è il parcheggio di Sossusvlei, alla fine della strada asfaltata, dove, lasciata la nostra auto, saliamo a bordo di una jeep-navetta per percorrere i circa sei km di pista sabbiosa che conducono nei pressi di Dead Vlei, altro luogo dall’aspetto quasi surreale che ci colpisce profondamente.
Ci troviamo infatti in una bianchissima spianata di terra riarsa e spaccata sulla quale si elevano neri tronchi carbonizzati dalle forme più strane che richiamano alla mente animali fantastici, figure mostruose o immagini di sofferenza, ma basta spostarsi di qualche metro, cambiando la prospettiva, per trovarsi di fronte a tutt’altre raffigurazioni. E tutt’attorno un anfiteatro di rosse dune sovrastate da un cielo di un azzurro mai visto, in un contrasto di colori spettacolare e senz’altro unico.
Siamo pressoché gli unici visitatori in questo ambiente particolare e siamo gli unici, qualche decina di minuti più tardi, a prendere posto su un’altra jeep che ci riconduce al parcheggio, condotta con spericolatezza e indubbia perizia, lo riconosco, da un emulo di Schumacher che mi regala qualche timore ogni volta affronta curve, cambi di pendenza, tratti più impervi, facendoci sobbalzare paurosamente sui sedili dello scomodo mezzo. Ed è con vero sollievo che, dopo un tempo che mi pare interminabile, giungiamo nei pressi della nostra auto parcheggiata.
Ora non ci rimane che ritornare sui nostri passi, con un paio di soste e all’ingresso del parco e alla stazione di servizio di Solitaire, nei pressi della quale imbocchiamo il lungo viale che ci conduce al Solitaire Guest Camp, il lodge dove trascorreremo la notte, una rustica struttura dotata di ogni comfort e bene inserita nell’ambiente, con piccoli edifici dal tipico arredamento.
Ed è pressappoco all’ora di cena, mentre stiamo attendendo l’arrivo a tavola degli ultimi ospiti, che siamo colpiti da un ticchettio inequivocabile: sta piovendo!! A due passi dal deserto del Namib! E con qualche rombo di tuono! Chi l’avrebbe mai detto??

mercoledì 25 settembre 2013

Namibia 2

Lunedì 23 settembre
Alle 7, puntualissimi, riposati e freschi come tante rose di maggio, siamo nella sala da colazione del B&B. Un abbondante breakfast, dopodiché, caricati i bagagli, fatto rifornimento di benzina, di acqua e di qualche genere di conforto, siamo pronti a viaggiare verso il Namib Desert Naukluft Park.
Il primo turno di driver ‘tocca’ al consorte, mentre Ugo gli siede accanto nelle vesti di ‘navigatore’ con tanto di cartina e aggiornato Gps. Qualche incertezza iniziale, ma poi, trovata la retta via, si va, dapprima lungo ampie strade asfaltate, per poi passare ad altrettanto ampie sterrate e davanti a noi scorrono paesaggi struggenti, sterminate distese di brulli e radi cespugli e rilievi dalle molteplici tonalità, dal grigio al biancastro, al rosa pallido, al violetto, al marrone in una svariata gamma di sfumature.
E’ già pomeriggio inoltrato quando arriviamo a Solitaire, unico punto di rifornimento del parco, piccolissimo centro di poche case contornate da alti alberi che, come si può evincere dal nome, ‘spunta’ solitario nell’assolata e rossastra distesa terrosa. Qui sostiamo il tempo necessario per rifornirci di benzina e per rifocillarci nella locale bakery, una fornita panetteria, dove gustiamo una bella fetta di torta di mele, specialità della casa, come viene riportato su molte guide, accompagnata da abbondante caffè.
Adesso ci attendono altre due ore di strada sterrata prima di giungere al lodge dove trascorreremo la notte, ma il tempo di percorrenza si allunga per le frequenti soste ‘fotografiche’, di paesaggi e di quegli animali che incrociamo lungo il tragitto, gli struzzi dai sottili e lunghi colli, gli orici con le corna affilate e una moltitudine di quadrupedi, simili a piccole gazzelle che attraversano in gruppo quasi compatto a poca distanza dalla nostra auto.
Poi, finalmente, siamo al Little Sousse Lodge, dove siamo accolti con un aperitivo di benvenuto ed un asciugamanino ‘rinfrescante’, un vero toccasana dopo la lunga giornata che sta per finire.
Qui, una volta sistemati nelle ben arredate stanze dei bungalow assegnati (con ampio letto con baldacchino di… zanzariera), dopo gratificanti abluzioni, ciascuno si può dedicare a personali attività, in attesa della cena: i tre fotografi ad immortalare uno spettacolare tramonto e la sottoscritta a sistemare le presenti cronache.
Infine, dopo il pasto serale, abbondante e vario con interessanti abbinamenti di gusti, prima di ritirarci per la notte, è d’obbligo uno sguardo alla volta stellata, così luminosa e splendente come non si vede quasi mai, alla ricerca della Croce del Sud e delle altre costellazioni dell’emisfero australe. E per oggi è davvero tutto.
 

martedì 24 settembre 2013

Namibia 1

Sabato 21 settembre
Siamo partiti. Ore 8.10 con il regionale per Verona, che arriva nella città scaligera con quei sette minuti di ritardo, capaci di creare un po’ di patema per l’imminente coincidenza verso Milano. Ma ce la facciamo a salire a bordo di un’affollatissima Freccia (di un qualche colore), dove, per sistemare al giusto posto i legittimi ‘possessori’ assistiamo ad una specie di domino… dei sedili, tanto che nel giro di pochi minuti cambiamo ‘compagno di sedia’ almeno tre volte. Ed è questo treno che accumulerà un discreto ritardo che provocherà forti e sentite reazioni in chi non giungerà in tempo per la coincidenza. Non è il nostro caso, perché noi siamo in largo anticipo e mezzogiorno è da poco scoccato quando entriamo nell’aeroporto di Linate. Qui pranziamo con calma, girelliamo, guardiamo i vari shop prima e dopo il check-in e, puntuali, alle 15.55 ci leviamo in volo verso Londra, a bordo di un Boeing della British Airway, a bordo del quale riceviamo perfino… la merenda!!
Atterriamo a Londra alle 16.55 ora locale, in perfetto orario, nonostante le fosche previsioni di dover ‘parcheggiare’ in aria per un tre quarti d’ora buoni, per un’overdose di traffico e con il concreto rischio di riuscire a salire, noi, a bordo del volo per Johannesburg, senza i nostri bagagli…
E adesso, sono le 18.30, ora di Greenwich e siamo al gate B48 di Heathrow in attesa della nuova partenza che avverrà fra circa quaranta minuti.
 
Ore 7.00 del 22 settembre.
Siamo a Johannesburg, dopo un lungo e affollato volo durato circa 11 ore, durante le quali abbiamo cenato, dormicchiato, fatto colazione e seguito in diretta, sul piccolo monitor del sedile, gli spostamenti dell’aereo, con cartine, tempi ecc.ecc.
Abbiamo adesso cinque ore da far passare prima di imbarcarci per l’ultima tratta, così approfittiamo per cambiare un po’ di ‘eurini’ in rand, moneta accettata anche in Namibia, alla pari con quella locale, per una merenda di metà mattina e per scoprire i primi negozi di etnici souvenirs; poi, poco dopo mezzogiorno siamo a bordo dell’ultimo aereo. Due ore, circa, di volo, che trascorro un po’ tra le braccia (scomode) di Morfeo, un po’ leggiucchiando e… pranzando (non abbiamo mai ricevuto tanto cibo come in questo viaggio…) e infine eccoci a terra, nel (piccolo) aeroporto internazionale di Windhoek, praticamente in mezzo… al nulla. Mi ricorda tanto il patagonico aeroporto di El Calafate, anch’esso solitario in mezzo alla pampa. Questa, invece, è un’assolata distesa giallastra di arbusti e bassi alberi contorti, attraverso la quale raggiungiamo la capitale, distante più di 30 km, a bordo del pullmino venuto appositamente ad accoglierci.
L’autista del mezzo ci conduce all’agenzia di autonoleggio, dove prendiamo possesso del mezzo che Paolo ed Ugo, valenti ‘piloti’ guideranno attraverso il paese e dove incontriamo Nadia, l’italiana tour-operator attraverso la quale abbiamo organizzato il nostro viaggio.
Con lei raggiungiamo la deliziosa ‘Casa Piccolo’, la pensione e B&B dove trascorreremo la prima notte in terra africana e con lei definiamo gli ultimissimi particolari dell’itinerario e delle varie ‘attività’ che ci attenderanno nei giorni futuri.
E la giornata si conclude con una cena in una grande birreria di Windhoek, dove i quattro quinti del gruppo hanno un’esperienza ravvicinata con un maxi-spiedino di carni miste (e inconsuete) che li soddisfa pienamente, mentre la sottoscritta opta per una più classica bisteccona (peraltro ottima), seguita da un delizioso Don Pedro, una specie di sorbetto con un po’ di alcool, che incontra l’unanime gradimento.
Poi, per tutti, giunge il momento del giusto riposo sui comodi letti di ‘Casa Piccolo’ (e ci voleva proprio!!).

venerdì 20 settembre 2013

Si parte!

L’ora è quasi giunta. Le valigie sono pressoché pronte -mancano solo gli ultimissimi tocchi- il passaporto è stato ‘bollato’, il biglietto del treno già acquistato, gli abiti per il viaggio preparati su di una sedia. Insomma dobbiamo solo far passare la nottata e domattina, poco prima delle otto saremo in strada per raggiungere questa nuova, lontana meta.
Riuscirò a dormire un sonno tranquillo, senza continui risvegli per controllare l’ora, nel timore di trovarmi improvvisamente nel fuso orario di Singapore o di altro remoto punto sull’atlante? Mah, conoscendomi, nutro qualche serio dubbio.
Vorrà dire che, in caso di veglie forzate, farò un riepilogo di quanto ho messo in valigia e chissà che non scopra qualche dimenticanza… Non ne sarei troppo stupita ;-)
E allora, cari amici, auguratemi un virtuale ‘buon viaggio’, nell’attesa delle prossime news.
Sempre che non venga ‘concupita’ da qualche leone dalla folta criniera ;-) , anche se, come ha sostenuto l’altra mattina un faceto ex-collega al consueto ritrovo dei diversamente-lavoratori della scuola, dovrebbe essere il felino ad avere timore… Spiritoso!!

venerdì 13 settembre 2013

Di cene e di altro...

E, tanto per non perdere le buone abitudini, la settimana è cominciata con un ‘triduo’ conviviale che ha fatto registrare un’ulteriore botta calorica (come se ce ne fosse stato bisogno!!): lunedì sera a casa di Silvana e Paolo per condividere i ‘funghi del pin’ dell’abbondante raccolta domenicale e, ahimè, non solo quelli, essendo la tavola imbandita di un’ampia varietà di cibi invitanti, con a concludere un trionfo di gelato Grom da leccarsi i baffi ( ;-) ).
Martedì abbiamo avuto al nostro desco il figlio maggiore con ‘morosa’ (e vuoi non preparare qualche piatto un po’ più ricercato del solito?), mentre ieri sera, mercoledì, è stata la volta degli amici con i quali affronteremo la ‘namibica’ avventura. Dovevamo, infatti, decidere gli ultimi ‘ritocchi’ prima della partenza e perché allora non abbinare l’incontro organizzativo ad una ‘leggera cena in compagnia’?
-Sarà una cena leggera- aveva garantito il consorte, cuoco provetto e pieno di iniziativa. Una cena leggera, ma ‘ampia ed esauriente’ aveva dimenticato di precisare.
Infatti, il giovinetto ha trafficato tra i fornelli l’intero pomeriggio, in un bailamme di pentole, piatti di portata, ingredienti, utensili vari, mentre io me ne sono stata ben alla larga, limitandomi ad offrire generosamente il mio aiuto (e sapendo benissimo che non sarebbe stato accettato) e ad apparecchiare la tavola. E le fatiche culinarie, anche stavolta, hanno riscosso la piena approvazione dei commensali (compresa la finale crostata con prugne, che è stata poi equamente divisa tra i presenti, i quali se ne sono andati con il loro ‘involto’ di carta argentata…).
Poi, sazi e paghi, siamo passati alla disamina degli ultimi dettagli del viaggio, con il consorte che, smessi i panni del cuoco e calatosi nella parte di… ‘tour-operator de noantri’, ha coordinato i lavori. Tra le varie decisioni prese, quella di raggiungere Milano e l’aeroporto di Linate con i mezzi pubblici, treno e autobus, essendo l’orario di partenza del volo previsto per le 15.55. Saranno due giorni intensi, quei 21 e 22 settembre (e lo saranno anche gli altri a seguire…), che ci vedranno in ‘pista’ dalle 8.10 del mattino di sabato, fino al pomeriggio della domenica, quando giungeremo nella capitale namibiana, Windhoek.
 
E stamattina, giovedì, tanto per non rimanere a poltrire sul divano di casa, il consorte ed io siamo ritornati a Bressanone, precisamente a Novacella e al vicino paesino di Varna, dove condurrò gli -speriamo numerosi- iscritti all’ultima delle escursioni del mercoledì, quelle rivolte a camminatori più tranquilli e moderati.
Così abbiamo fatto un’ulteriore ricognizione del percorso, dopo quella, un po’ deludente, del 24 agosto scorso e, tra un gira di qui, guarda di là, seguiamo questa traccia, abbiamo ‘messo assieme’ un bell’itinerario, che si concluderà con la visita guidata all’abbazia di Novacella (e all’annessa, fornita cantina ;-) ).
La nostra giornata altoatesina ci ha poi visti compiere un giro turistico per la bella città di Bressanone, con sosta per un veloce pranzo in un locale sotto uno dei caratteristici portici e la vana (e infruttuosa) ricerca del locale negozio equo-solidale, stretto ‘parente’ del ‘mio’ Mandacarù. Mi informerò meglio sull’ubicazione, la prossima volta…
 


martedì 10 settembre 2013

La magnalonga, ovvero cronaca di una domenica tra camminata e... spuntini

E il bello è che molti pensano che il camminare in montagna, spesso per ore e magari sudando come fontanelle, sia un ottimo metodo per consumare calorie e perdere un po’ di peso eccedente… E invece..
Invece capita che la ‘sana’ escursione domenicale diventi un’occasione ideale per dar ascolto ai più calorici richiami dello stomaco e della gola, in un alternarsi di auto-giustificazioni (nel mentre) e di coccodrillesche metaforiche ‘lacrime’ (a posteriori), come accaduto proprio l’altro ieri, domenica 8 settembre.
Eccovi pertanto una montano-alimentar-resoconto.
Domenica 8 settembre, escursione in val Casies (Alto Adige)
Partiamo quando le ombre della notte non si sono ancora dileguate del tutto, alle 6 del mattino, in numeroso e scattante gruppo. Naturalmente ho fatto una più che discreta colazione, sia pur all’alba delle 5 a.m., perché il pasto del mattino è un momento ‘sacro’ e non c’è ora che tenga. Rinuncio, invece, al caffè dell’autogrill nei pressi di Bressanone, rituale punto di sosta dei viaggi in zona (la pausa-caffè è un momento irrinunciabile nelle gite!!), preferendo berne una tazzina a Santa Maddalena, già con gli scarponi ai piedi, un attimo prima di incamminarmi.
Sono le 8.30 circa e il ‘plotone’ dei satini si mette in marcia, dapprima a ranghi compatti, sgranandosi poi via via in tanti segmenti, con i piè veloci che distanziano tutti gli altri. Il percorso non è affatto difficile, certo, ci sono all’incirca settecento metri di dislivello per giungere alla forcella di Casies, ma la pendenza si sviluppa gradualmente e si riesce perfino a conversare con chi ti sta a fianco; l’unico inconveniente è l’elevato tasso di umidità che fa sudare copiosamente.
E siamo ancora distanti dalla citata forcella che io comincio ad avvertire un certo languore, che si potrebbe quasi chiamare ‘fame’, per cui mi fermo quell’attimo necessario a togliere dallo zaino un residuo di frutta secca (‘anca quela te hai portà!’- si scandalizzerà poi l’amato bene) e il pacchetto di crackers riso-su-riso che sbocconcello passo dopo passo, tra un rivolo di sudore e l’altro.
Rifocillata e rinvigorita, sono così pronta ad affrontare di buon passo le ultime asperità ed eccomi alla forcella, dove tira un’arietta talmente fresca che, oltre ad asciugare qualsiasi stilla di sudore, ti invita a rivestirti di tutto punto, quasi quasi con guanti e berretto in aggiunta. E qui, sono circa le 11, come peraltro stanno facendo tutti i compagni d’avventura, proseguo nella mia azione…alimentare. La barretta di cereali (che non è certo il massimo, ma di necessità si fa virtù…), quindi tutta la frutta che ho con me, una banana, un’orrida pesca che non sa di nulla e due-tre racimoli di uva bianca, per fortuna di ottima qualità. Adesso non mi resta che un modesto (come dimensioni) panino imbottito, salume più insalata, che consumerò una volta raggiunta la malga Weissbach, luogo deputato per la sosta pranzo per gli escursionisti del percorso breve.
Già, perché qui le strade si separano: il gruppo degli arditi, dei piè veloci, di coloro che senza-una-cima-mai, riparte verso una vetta dall’impronunciabile nome tedesco, mentre i sedici ‘tranquilli’, quelli che sono paghi anche di panorami a quote più basse, continuano lungo un sentiero che taglia, con qualche up and down, il fianco della montagna fino alla suddetta malga Weissbach. Un’altra ora di strada, a passo costante, con attenzione e prudenza, ché qui non è il caso di prodursi in scivoloni dai probabili esiti disastrosi (o quasi).
Ed ora siamo alla meta e ciascuno si sistema come meglio crede, chi ai tavolini esterni della struttura, chi sull’erba dei prati circostanti, chi nella piccola stube, timoroso dell’aria fresca che non ci ha abbandonato un solo attimo. Così, una volta consumato il residuo panino, con Silvana e Clara entro nel più tiepido ambiente e che succede a questo punto?
-E se ci ‘facessimo’ una Lienzertorte?- suggerisce Silvana.
-Già, perché no?-
Già, la volontà sarebbe anche forte, ma è il corpo ad essere debole e, et voilà, dalla linda cucinetta, ecco materializzarsi tre belle fette di torta, tra l’altro anche gustosa che ‘va giù’ che è una bellezza.
-Si vive una volta sola- commentiamo, sazie e ritemprate da un buon caffè conclusivo –abbiamo poi un altro paio d’ore di strada… riusciremo a smaltirla…-
Così accade (per le due ore circa di strada, ovviamente) che percorriamo con tutta tranquillità, sguardo proteso alla ricerca di funghi, i cosiddetti ‘funghi del pin’, di cui Silvana e il marito Paolo sono grandi estimatori. E ce ne sono tanti, giù e giù, fino a fondovalle dov’è parcheggiato il nostro pullman, dei quali facciamo ampia raccolta per i due amici, che arrivano alla meta con un buon bottino.
Non sono ancora le 16, la partenza verso casa è prevista per le 17.30 e a noi, della gita ‘breve’ non rimane che attendere con pazienza. Ma il tempo sta volgendo decisamente al brutto, fa freschetto, mentre nubi minacciose stanno sopraggiungendo, foriere di precipitazioni inopportune e allora non ci resta che trovare posto ai tavolini del tipico bar a due passi dal parcheggio, così capita che mi ritrovi ad ‘aiutare’ Maria a consumare un gelato inaspettatamente più grande del previsto. Anche il gelato!!
E non penserete che finisca qui!! Ahimè no, perché, quando FINALMENTE anche quelli della ‘lunga’ sono tutti alla base, compreso il consorte che accompagno ad avere la giusta ricompensa… alimentare post-fatica, ri-cado in tentazione, ché, a furia di aspettare…. ho di nuovo fame. Ed è una cremosa fetta di torta Selva nera che finisce in quattro e quattr’otto nel mio stomaco. Speciale. Ottima. Supercalorica.
E tutto perché gli amanti delle vette hanno impiegato più tempo del previsto, come sottolineo scherzosamente (ma non troppo) all’amico Roberto. -Consideratevi responsabili del mio aumento ponderale!- gli ricordo. Già, perché se fossero scesi in minor tempo, avrei avuto meno occasioni per ‘peccare di gola’. Del resto, in un mondo in cui nessuno è mai colpevole di nulla, potrò attribuire anch’io la responsabilità di essere caduta in tentazione a qualcun altro? ;-)
Per concludere, sappiate che, una volta giunti alla magione, ore 20.30 circa, ho pure cenato. Moderatamente, s’intende, fagiolini lessati e un po’ di mozzarella. Un pasto leggero, ma sempre ‘pasto’..